INIZIA LA GRANDE SVENDITA… I SALDI DI FINE DEMOCRAZIA… E SIAMO SOLO ALL’INIZIO!!!


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Italiani preparatevi a salutare le migliori aziende rimaste in mano pubblica, come Eni, Enel, Finmeccanica… che il prossimo anno entrerà in vigore il Fiscal Compact

Non Pigliateci x il CuloTelefonica, società telefonica spagnola, conquista il controllo di Telecom, ultima società telefonica italiana rimasta ( omnitel, Wind, Fastweb e H3g le avevamo già perse a suo tempo). Telefonica, fortemente indebitata, si farà finanziare l’operazione da qualche banca spagnola, magari salvata dal fondo salva stati (ESM), al quale l’Italia partecipa con 125 miliardi di euro, presi a debito sui mercati. In sostanza Telefonica ha comprato Telecom con i nostri soldi. Il tutto nel totale silenzio del nostro governo dove il PD si distrae per il suo congresso e il PDL pensa solo a difendere il suo padre padrone.

Marcello Lopez

By Admin Marcello Lopez

 

CADUTO IL MURO DI BERLINO: CHE IL SACCHEGGIO  ABBIA INIZIO

L’Italia ha pressoché perduto quasi tutte le sue grandi imprese strategiche, le unicche in grado di condurre la ricerca scientifica nei settori ad alta intensità di capitale che fanno la ricchezza dei paesi avanzati: in alcuni settori industriali nei quali il nostro Paese era stato fra i primi al mondo, dall’informatica alla chimica, dall’aeronautica civile all’elettronica di consumo, all’high tech. E non è un caso che l’Italia sia oggi pressoché assente dai settori della nuova rivoluzione tecnologica, quella telematica.

Tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, nel giro di poco tempo i vertici della polizia e dei servizi segreti, e il giudice Falcone, gli uni all’insaputa degli altri, si recano ufficialmente dal Ministro dell’Interno Vincenzo Scotti per allarmarlo su notizie di un complotto internazionale tra la “lobby delle lobbies” internazionale, una parte della politica italiana, mafia e camorra nostrane, e mafia russa/ex PCUS, il cui obbiettivo è quello di svendere una fetta d’Italia “allo straniero”, e approfittare di alcuni enormi serbatoi di capitali, primo tra tutti quello destinato alla TAV (circa 200.000 miliardi di vecchie lire tra “diretto” e “indotto” solo per la tratta “da Roma in giù”).

I servizi segreti “ci sono arrivati” attraverso informatori ed opera di “intelligence”, e avvisano che i complottisti all’interno dei partiti elimineranno i “nemici interni” per via giudiziaria, la polizia, in particolare lo SCO, verificando le “scatole cinesi” dei maggiori appalti e “arrivando sempre ai soliti gruppi societari”, Falcone investigando sui collegamenti romani e internazionali della mafia siciliana, prevedendo anche possibili attentati per destabilizzare il paese.

Scotti prima in modo informale, poi, nel marzo 1992, anche “ufficialmente”, allerta tutte le prefetture su tale pericolo, con una famosa circolare.

Falcone avvisa Scotti che alla fine di maggio chiuderà il cerchio delle proprie indagini incontrando un collega moscovita, e che a quel punto sarà in grado anche di smascherare coloro che stavano disperatamente tentando di “toglierselo di torno”.

Ma pochissimi giorni prima dell’incontro, casualmente, salta in aria.

DUE PASSI INDIETRO NELLA STORIA INDUSTRIALE POSTBELLICA

OLIVETTI 

Un’impresa che all’inizio del miracolo economico appare promettente se non rivoluzionaria, ma la cui storia si risolve in un sostanziale fallimento, è l’Olivetti. Già a metà degli anni cinquanta l’azienda avvia ladiversificazione non solo nell’elettronica ma anche nei computer, in grande anticipo sui tempi, ponendo quindi l’Italia sulla frontiera più avanzata dello sviluppo tecnologico127: addirittura, fra il 1962 e il 1964 produce quello che può essere considerato il primo personal computer a livello mondiale, il «Programma 101». E tuttavia la famiglia Olivetti, che in quel periodo continua a controllare l’azienda, non è in grado di fornire le enormi quantità di denaro necessarie a mantenerla competitiva, in un settore ad alta intensità di investimenti come quello informatico. Difatti, già alla metà degli anni sessanta deve essere organizzato un «gruppo di salvataggio» coordinato da Mediobanca, che vende, nel 1968, la Divisione Elettronica dell’Olivetti alla nordamericana General Electric.

                                                                      Per approfondire su Olivetti, linka: http://wp.me/p2qWaW-IJ

ENI

Crimine e criminali” sono le parole con le quali Benito Li Vigni, siciliano classe 1935, collaboratore all’Eni ai tempi dell’epopea di Enrico Mattei, etichetta la politica italiana ma soprattutto la finanza (non solo italiana) dell’ultimo ventennio.

Nel video, della durata di nove minuti, Li Vigni risponde a due domande principali: la prima, inerente la figura di Enrico Mattei; la seconda parte, invece, è dedicata allo smantellamento dell’Eni e dell’Iri negli anni ’90.

“Mattei era un grande patriota e un grande imprenditore, e intuì che l’energia era necessaria all’Italia in quanto un paese distrutto dalla guerra, con un Pil che era la metà di quello del 1938. Quindi si oppose alla liquidazione dell’Agip quando venne nominato in quel ruolo: tutte le potenze vincitrici, Stati Uniti, Francia e Inghilterra, volevano la scomparsa dell’Agip per considerare l’Italia esclusivamente un mercato dove vendere il petrolio. Mattei disobbedì” afferma Li Vigni, e già qui lo spessore di Mattei, rispetto agli attuali “best seller” della politica italiana, proni ai voleri esteri e indifferenti a quelli nazionali, spicca con lucidità.

“Mattei potenziò l’Agip, realizzò dei pozzi in Val Padana, una rete di metanodotti, e poi al sud, in Basilicata e in Sicilia, dove l’ho conosciuto, e dove ha portato per la prima volta il lavoro e l’industria – ricorda Li Vigni – Ha posto l’Italia all’attenzione del mondo, ad esempio l’accordo che fece in Iran fu rivoluzionario: non era un accordo imperialistico tipico delle grandi compagnie americane, ma un accordo paritario. Gli utili dell’estrazione erano divisi metà a metà, poi l’Eni pagava le tasse in Iran: alla fine restava il 75% all’Iran e il 25% al paese importatore. Questo provocò una forte reazione delle Sette Sorelle. Ma Mattei non si fermò qui: offrì lo stesso trattamento ai paesi africani, e nel 1958 si rivolse all’Unione Sovietica, in piena guerra fredda, e anche questo scandalizzò. Ma il grezzo sovietico non veniva pagato, ma garantito coi prodotti industriali italiani, attraverso il lavoro creato dalla Finsider. In Africa appoggiò la rivoluzione algerina e coinvolse i francesi, e riuscì a spuntarla anche in Iraq dove avevamo delle concessioni dagli anni ’30, facendole revocare agli inglesi”.

De Gasperi fu convinto da Mattei a dare all’Eni, cioè allo Stato Imprenditore, la gestione dell’energia, perché era una necessità strategica nazionale” conclude Li Vigni.

E poi si apre l’oscuro capitolo della svendita del patrimonio pubblico negli anni ’90: purtroppo all’epoca internet non esisteva e alcune informazioni erano del tutto occultate al pubblico, oppure difficili da approfondire. Anche ora è così, ovviamente, pur se c’è una minoranza di cittadini in grado di comprendere cosa avvenne sul panfilo Britannia e chi furono i “killer” e i “mandanti” dell’economia nazionale. Ma essendo il tema identico a quello attuale, che anzi è indubbiamente più cupo e pericoloso, occorre ascoltare e studiare con altissima attenzione le parole di Li Vigni.

“Avevamo una crisi economica ed eravamo usciti dal Sistema Monetario Europeo, ma questo non giustificava l’abolizione del sistema che aveva garantito il Miracolo Economico. Quindi vi fu un attacco allo Stato imprenditore organizzato dalle grandi banche d’affari, che convinsero Ciampi e Amato a liberalizzare il settore pubblico. Mario Draghi, allora direttore generale del Ministero del Tesoro, spinse verso la privatizzazione. Venne distrutto lo Stato imprenditore, l’Eni da 130 mila dipendenti si ridusse a 30 mila, scaricando ai cittadini il costo di questa operazione”.

Li Vigni sembra soffrire come se la vicenda fosse ancora attuale, e usa pari pari le parole di Paolo Barnard: “Operazione veramente indegna, perché si sono chiuse attività che portavano profitti allo Stato come la Nuovo Pignone, la Lebole, la chimica di base. Si distrusse l’Eni. Il patrimonio immobiliare dell’Eni, che valeva mille miliardi di lire, è stato venduto a Goldman Sach’s per una lira (alza la mano e con l’indice indica “uno”, ndr)Si è commesso un crimine che secondo me doveva essere perseguito per legge, invece si è andato avanti: si è distrutto l’Iri, l’Imi, il sistema bancario italiano e financo la Banca d’Italia che non esiste più ed ora non abbiamo più un sistema di controllo finanziario”.

L’amarezza diventa sorriso ironico: “Naturalmente Draghi fu premiato e divenne presidente della Goldman Sach’s Europa… io non so se in un paese sia possibile un conflitto di interesse di questo genere. È rimasto a Goldman Sach’s Europa per due anni, poi è passato alla guida della Banca d’Italia, e quindi è alla guida della Bce, creando la situazione che stiamo vivendo”.

Perché non ci sono uomini politici che denunciano con le sue identiche parole quello che è avvenuto, chiediamo a Li Vigni? “Non abbiamo più la politica, è finita – è la risposta secca – Abbiamo l’oligarchia: nel 2005 è stata approvata una legge per impedire al cittadino di nominare i propri rappresentanti al Parlamento. Abbiamo una oligarchia di caste e di gruppi. La politica fa altre cose. Sappiamo quello che accade, le appropriazioni criminali che tolgono il danaro pubblico per finanziare cose diverse dalle scuole, la sanità, lo sviluppo, è un crimine. L’Italia è un paese oramai avviato verso una strada criminale. Il fatto che sui giovani che protestavano siano stati lanciati lacrimogeni dal Ministero di Giustizia fa capire che ci stiamo avviando verso una guerra tra le Istituzioni gestite in questo modo per certi motivi, e il Paese. Se si continua così arriveremo ad una strada senza uscita”.

“Mattei – conclude Li Vigni – non sognava una Italia così, ma un’altra Italia. Attenzione: abbiamo delle sentenze depositate che testimoniano come Mattei non sia stato ucciso dalle Sette Sorelle, ma da settori delle Istituzioni italiane che non volevano distruggere un uomo che operava nell’interesse del Paese”.

Il servizio della ZDF del 21/gen/2013 sul nostro Super Mario targato Goldman Sachs: si parte dal lontano 1992, crisi e svendita…per esempio dell’ENI. La ZDF intervista Benito Livigni.

MONTEDISON

La fusione tra Montecatini ed Edison, dalla quale nasce la Montedison, è considerata la più grande della storia industriale italiana. E tuttavia, anche il percorso di questa enorme conglomerata che al 1971 conta ben 180.000 dipendenti, sarà tutt’altro che in discesa. Il risanamento finanziario viene portato a termine nella prima metà degli anni settanta, e per quel che concerne la chimica si traduce in un’ulteriore razionalizzazione del settore, di cui è parte l’acquisizione nel 1972 della SNIA Viscosa, tuttavia il sopraggiungere della crisi petrolifera nel 1974 manda di nuovo i conti in rosso125. Il settore chimico non trova un suo assetto soddisfacente neppure dopo la joint venture fra Montedison ed ENI nel 1989, da cui nasce l’Enimont. L’affare Enimont si trascina per alcuni anni fra accuse reciproche e intrighi politico-affaristici, che vedono fra l’altro il pagamento di una «maxi» tangente a gran parte del sistema politico della prima Repubblica. Alla fine, nel 1997, le attività chimiche vengono scorporate quasi interamente e cedute alla compagnia petrolchimica anglo-olandese Shell: si chiude così la vicenda della chimica italiana, piegata dall’ingerenza del sistema politico e dalla scarsa lungimiranza dei suoi capitani.

MA TORNIAMO AL 23 MAGGIO 1992 QUANDO FALCONE MUORE ASSASSINATO NELL’ ESPLOSIONE DELLA SUA AUTO.

Nel 1993 Romano Prodi diventa Presidente dell’Iri dove dove dà inizio alle privatizzazioni di diverse società del gruppo post caduta muro di Berlino.

Prodi va Palazzo ChigiVan Miert fece sapere che gli sarebbe piaciuto che, una volta affrontate le priorità del Paese, venisse chiuso anche il capitolo IRI.  Egli contava su Prodi, con il quale aveva lavorato «molto produttivamente» quando questi era stato presidente a via Veneto nel 1993: sebbene non escludesse una proroga del termine fissato per fine 1996 nell’accordo concluso con Andreatta tre anni prima ( Andreatta il mentore dell’attuale Presidente del Consiglio Enrico Letta)Van Miert richiamava gli «impegni chiari» presi dall’Italia, e volle ricordare minacciosamente il caso EFIM, quella liquidazione voluta da Amatodalle cui conseguenze erano nate le condizioni iugulatorie dell’accordo del 1993. «Van Miert fa il duro solo con l’Italia», notò Pietro Armani, consigliere economico del leader repubblicano Ugo La Malfa e vicepresidente dell’ Iri per 11 anni fino al1991, sotto Pietro Sette e Romano Prodi ed in seguito responsabile per l’economia di Alleanza Nazionale. «Gli accordi fatti da governi tecnici senza vera rappresentanza vanno rinegoziati»Armani si riferiva al governo Ciampi.

Sia Prodi che Ciampi tennero quindi fede alle promesse di Andreatta a Van Miert: entro il 1996 i debiti dell’IRI vennero abbattuti, grazie alla frettolosa vendita della STET al Tesoro. L’Istituto si trovava quindi nella condizione di liquidazione coatta, il cui commissario non era Michele Tedeschima il ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi.

D’altronde il presidente dell’IRI era riuscito ad allinearsi ancora prima del decreto-legge: il 19 novembre aveva scritto una lettera al «Corriere della Sera», nella quale si dichiarava d’accordo su tutto, dal prezzo delle azioni STET al travaso dei soldi contestuale dalle proprie casse a quelle dei creditori.

Nella stessa occasione replicando ad Alessandro PenatiTedeschi ricordava che i debiti dell’ IRI erano scesi dai 33.000 miliardi di fine 1992, ai 21.900 di fine 1995: e ora con l’incasso di 14.350 dal Tesoro, l’indebitamento si avvicinava al rapporto di 1,2 sul patrimonio netto di circa 6000 miliardi, che poteva essere considerato fisiologico per un investitore privato, secondo i parametri della Commissione europea messi in auge da Brittan.

Per le rimanenti partecipazioni dell’IRI spa, Tedeschi valutava un incasso possibile di 27.500 miliardi, più 5000 di crediti finanziari:  «Risulterebbe quindi un margine ampio, oltre 10.000 miliardi, che conferma la solvibilità dell’IRI e la capacità di far fronte all’intero indebitamento».  Le considerazioni di Tedeschi confermavano che l’IRI non era mai stato in condizioni catastrofiche, che gli investimenti avevano creato un patrimonio in grado di coprire i debiti e di garantire una notevole plusvalenza allo Stato, al contrario di quanto una pluriennale campagna di stampa aveva fatto credere alla opinione pubblica.La crisi tutta finanziaria dell’IRI era da imputare ai ritardi e alle inadempienze dell’azionista Stato, il quale aveva sempre approvato i programmi in nome dello sviluppo dell’occupazione, ma non aveva dato i mezzi necessari. Ora da quella crisi era nata l’occasione del secolo per i privati: i governi tecnici degli anni Novanta, figli di Mani pulite, si erano mossi in modo opposto al Mussolini degli anni Trenta, il quale aveva tolto ai privati seguendo le indicazioni di quei veri grands commis dello Stato che furono Beneduce e Menichella.

Il ministero del Tesoro era divenuto una nuova superholding: si calcolava che le sue partecipazioni raggiungessero il valore aggre-gato di 400.000 miliardi, analogo alla capitalizzazione complessiva di Borsa.  Soppresso il ministero delle PPSS, a capo dell’impero delle partecipazioni dello Stato si trovava ora Mario Draghi. Secondo Sabino Cassese, nella direzione generale del Tesoro si era venuta a creare una centrale di guida più potente e con compiti ancora più vasti. Draghi, nato nel 1947, era figlio di un collaboratore di Donato Menichella; allievo di Federico Caffè, l’economista misteriosamente scomparso, e di Franco Modigliani al Massachusetts Institute of Technology (MIT), nel 1986 era stato nominato direttore esecutivo della Banca Mondiale; in quei cinque anni strinse rapporti di amicizia con Jack Rubin, uno dei capi della Goldman Sachs e fino alla primavera del 1999 ministro del Tesoro del presidente Clinton.

Nel 1990 Draghi tornò a Roma e ottenne una consulenza alla Banca d’Italia da Guido Carli, il quale lo raccomandò a Nobili per una posizione all’IRI.

Nel gennaio 1991 Carli riuscì a sistemare Draghi nell’incarico di direttore generale del ministero del Tesoro, nonostante che Andreotti Cirino Pomicino sostenessero una candidatura diversa: così Draghi era divenuto uno degli uomini più potenti d’Italia, perché oltre che delle privatizzazioni, la direzione generale del Tesoro si occupa anche del debito pubblico. Membro di diritto dei consigli di amministrazione di IRI ed ENI, Draghi era anche membro del «G10 deputies», l’organismo di concertazione dei paesi più ricchi dell’OCSE, e del Comitato monetario europeo.

ìIl 24 gennaio 1997 il Tesoro licenziò BiagioAgnes ed Ernesto Pascale e mise a capo di Telecom Italia, la società nata dalla fusione della STET con Telecom già SIPGuido Rossi, in passato senatore del PCI e presidente della Consob.

Divenuto presidente del ConsiglioD’Alema criticò il suo predecessore: «Romano Prodi pensava che, centrato l’obiettivo del risanamento e dell’ingresso nell’euro, il meccanismo dello sviluppo si sarebbe rimesso in moto da solo. Sbagliava. Il meccanismo è inceppato, e non ripartirà senza una coraggiosa azione pubblica…».

Per colpa della pura logica di cassa, perseguita dal Tesoro fin dal 1992, si era impedito che attraverso le dismissioni delle aziende pubbliche si facesse una nuova politica industriale. Così sul «Corriere della Sera» del marzo 1999 il giornalista economico Dario Di Vico notava che si stava ritornando a parlare di «interesse nazionale». Il fatto è che a un convegno della Fondazione Italianieuropei l’esponente dei DS Alfredo Reichlin aveva lanciato un grido d’allarme per il rischio che l’Italia, in una posizione di «internazionalizzazione passiva», diventasse preda e mai cacciatore.

Un tentativo effimero, questo di D’Alema, collegato a un ruolo decisionista di Palazzo Chigi subito contestato dalla grande stampa, e irriso da Francesco Cossiga che dichiarava di sentire nelle privatizzazioni «uno strano odore… un tanfo». E poco prima della caduta del governo D’Alema, lo stesso Cossiga aveva raccontato ai giornalisti una battuta di un «autorevole fiscalista di sinistra»: «Qual è la differenza che passa tra Mediobanca e Palazzo Chigi: entrambi sono merchant bank, solo che a Palazzo Chigi non si parla l’inglese».

Nonostante le nere previsioni, l’IRI scomparendo ha dimostrato di non essersi comportato così male nei suoi sessantasette anni di vita. Quando Giuliano Amato nel 1992 lo trasformò dall’oggi al domani in società per azioni, il vertice di via Veneto si riunì, racconta Enrico Micheli, all’epoca sottosegretario alla presidenza con Amato ma all’epoca direttore generale dell’Istituto: «Facemmo due conti e scoprimmo che, con 80.000 miliardi di debiti a fronte di un patrimonio esiguo, l’IRI era già fallita».

La stessa considerazione fece Enrico Cucciama tutto era nato dalla fretta e dalla leggerezza con la quale il governo Amato aveva proceduto alla trasformazione. Non si è trattato di un «autentico miracolo», come definisce la vicenda infine conclusa Micheli al giornalista dell’«Unità» Pasquale Cascella, ma della realizzazione degli attivi patrimoniali dell’IRIaziende che hanno portato un valore di 106.000 miliardi dal 1992 a oggi. Bisognerebbe semmai chiedersi se quel valore non avrebbe potuto, in circostanze diverse, essere maggiore: ma questa indagine sarà possibile forse solo con un rivolgimento politico.

Con orgoglio, il direttore generale dell’Istituto Pietro Ciucci afferma: «Il bilancio su ciò che l’IRI è stato non si può fare con l’atteggiamento del ragioniere dell’ultima ora… Abbiamo rimborsato tutti i debiti… La soddisfazione maggiore è un’eredità di grandi imprese che rappresentano il 35 per cento della capitalizzzazione di Borsa».

E il presidente di Autostrade Giancarlo Elia Valori considera che «il fatto che i risparmiatori italiani abbiano fatto e continuino a fare la coda per sottoscrivere le azioni partecipate dalla mano pubblica può voler dire che quelle aziende non erano insanabili odecotte come, con interessata malizia, si è cercato di far credere». Infatti, all’epoca, si fece una campagna martellante per invitare i piccoli risparmiatori ad acquistare azioni di quella che doveva diventare una public company (una società con capitale diffuso tra piccoli soci). I piccoli risparmiatori che in quegli anni cominciavano ad appassionarsi alla nuova lotteria nazionale della Borsa comprarono l’85%.

 La liquidazione dell’IRI è avvenuta nei termini fissati dagli accordi fra il governo italiano e l’Unione europea: un percorso di sottomissione iniziato nel 1993 con l’intesa fra l’allora ministro degli Esteri Beniamino Andreatta e il commissario UE alla concorrenza Karel Van Miert.

Ridotto a fine 1997 il rapporto tra indebitamento finanziario e capitale netto al di sotto del parametro 1/1 previsto, il governo italiano avrebbe potuto con qualche espediente che in altri tempi non sarebbe mancato aggirare l’ostacolo costituito dalla sua presenza nel capitale dell’IRI come azionista unico: ma evidentemente il governo Prodi intendeva professare la sua assoluta lealtà al diktat di Bruxellesal fine di entrare alla prima tornata nella moneta unica, obiettivo questo che precedeva qualsiasi interesse nazionale.

Seppur costretto nella veste di debitore coatto, l’IRI è riuscito a chiudere la sua posizione finanziaria con un sostanziale pareggio: dimostrazione che la crisi dell’Istituto era finanziaria, di eccessivo sviluppo in relazione ai mezzi propri, e insostenibile per un padrone indebitato lo Stato il quale tuttavia approvava i piani.

Secondo le analisi dell’istituto, lo Stato avrebbe versato 90.000 miliardi, e l’IRI ne restituisce 87.700, così che il saldo negativo sarebbe alla fine di 2300, ben lontano dalle previsioni di 20.000 a suo tempo avanzate. D’altronde l’analista Massimo Mucchetti, sull’ Espresso” pur contestando queste cifre, riconosce che considerando IRIENI ed ENEL, lo Stato si è trovò in tasca un attivo di 50.000 miliardi: una cifra macroeconomica, che comunque dimostra come la gestione della mano pubblica sia stata, senza considerare i benefici per il sistema-Paese, e dal solo punto di vista della soddisfazione finanziaria dell’azionista, cosa ben lontana da quelle descrizioni, sprezzanti e spesso anche infamanti, che costituiscono uno dei capitoli della «storia bugiarda» sull’Italia contemporanea.

Le privatizzazioni sono servite solamente a fare cassa velocemente con l’obiettivo di rientrare nei parametri di Maastricht; dunque il calcolo è stato nel breve-medio periodo, scandito da una tempistica, non interna, ma imposta dall’Unione Europea.

Negli altri paesi esse si sono accompagnate con dei piani strategici di tutela nazionale, mantenendo le aziende e i capitali in patria, ma ciò non è avvenuto in Italia, dove si è assistito a una vera e propria colonizzazione economico-industriale della quale non si nascondono neanche le velleità straniere.

Oggi dinanzi alla crisi economica si vuole rispondere con la stessa ricetta, si parla di cedere le partecipazioni statali che restano con l’intento di fare cassa, ma allo stesso tempo si salvano le banche.

Non sentite puzza di bruciato ?

Ciò che ha permesso negli anni settanta di superare l’Inghilterra come potenza economica e di resistere alla crisi di quel decennio, fu il modello IRIla famosa terza via, che vedeva lo Stato partecipare con i privati nella vita industriale del paese. Dall’energia alla distribuzione, al chimico ai trasporti e ai generi alimentari, toccando in pratica tutti i settori vitali del paese, questo baricentro verrà a mancare improvvisamente e senza una sua riorganizzazione. Nell’era del neoliberismo, dove l’Unione Europea è liberale nella sua genesi costitutiva, in particolar modo dopo il crollo del muro di Berlino, notiamo che l’espansione del mercato globale trasforma le multinazionali nei nuovi attori di riferimento al posto degli Stati ed una loro marginalizzazione; gli Stati assumono sempre più un ruolo prettamente burocratico nell’attuazione delle politiche fiscali e di tutela desiderate.

I grandi potentati economici anglosassoni operano avendo alle spalle gli Stati di appartenenza: famoso il caso in cui il sistema di spionaggio Echelon è usato per agevolarele aziende americane, in quella nuova forma d’intelligence industriale ed economica, figlia per l’appunto dell’era del mercato globale.

The Bankesters

The Bankesters

L’Italia è deficitaria in questo più degli altri paesi?

Sembra che in verità all’Italia sia mancato quel gioco di squadra che altri paesi come Francia e Germania hanno saputo fare nel nome dell’interesse nazionale che in Italia è stato ed è fortemente trascurato dalla politica, se non addirittura del totale disinteresse per esso.

Il ruolo di potentato fu svolto proprio dall’IRI e da una classe politica venuta dalla guerra che seppe guardare con responsabilità a quello che fu motore dello sviluppo e del successivo boom economico.

La classe dirigente della seconda repubblica ha evidenziato incapacità nel proteggere e agevolare la produttività nazionale nel mercato globalizzato. Critiche arrivano anche dalla Corte dei conti: nel suo rapporto datato 2010 fa notare che dopo le privatizzazioni, le società hanno aumentato i profitti solamente grazie all’aumento delle tariffe, sfruttando le posizioni di mercato e senza aver operato alcuna vera innovazione e investimento.

In ultimo, l’annuale rapporto dei servizi segreti evidenzia come ci siano delle manovre straniere miranti all’acquisizione delle industrie strategiche come Finmeccanica, Ansaldo energia, Agusta Westland, Eni, in altre parole il settore difesa ed energia. La Francia è interessata a delle controllate di Finmeccanica tra cui la Selex e la efficientissima Waas. L’azienda leader a livello mondiale nel settore dei sistemi d’arma subacquei fa gola alla francese Thales con la quale fa parte del consorzio italo-francese Eurotorp, operante nel settore difesa subacquea con il 50% controllato da Waas e 24% e 26% per le francesi Thales e DCNSAnsaldo energia è invece nelle mire della tedesca Siemens e della coreana Samsung. Non mancano inglesi e americani interessati ad Augusta Westland e a DRS, una controllata di Finmeccanica in America.

hanno un bel da fare  le  nostre Agenzie di Intelligence, quando le nostre personalità apicali straparlano in questo modo:

***Prima di chiudere questo capitolo un’ultima chicca amici lettori.

Nel gennaio 2006 la Parsons Transportation Group, società leader mondiale nella progettazione e costruzione dei ponti sospesi, si aggiudicata l’appalto per essere il Project Management Consultant, e cioè il soggetto che svolge l’attività di controllo per la costruzione a la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina, per un importo a basa d’asta di 150 milioni di euro, l’aggiudicazione è avvenuta per 120 milioni di euro.

La Parsons Corporation di Pasadena, in California, nel 1985, acquistò la Chat T. Main Inc. che già a metà degli anni 1980 era in difficoltà per la cattiva gestione; dopodiché ha modificato il suo nome in Parsons Main Inc. nel mese di gennaio1992.

Ma cosa faceva e chi rappresentava la Chas. T. Main. Inc. ?

La Chas. T. Main Inc. era una società di ingegneria degli Stati Uniti. E ‘stata fondata nel 1893 dal titolare Charles T., un ingegnere di mulini tessile del New England.

Charles ritenendo meglio passare la mano a coloro che conoscevano meglio il settore migliore cedettela proprietà ai suoi ingegneri senior.  Oltre al tradizionale core business dedicato all’energia di acqua e vapore, Main presto si ampliò nel
nuovo campo dell’ ingegneria delle risorse idriche ed della generazione idroelettrica.

Nel 1949 ha iniziato a collaborare con la United States Atomic Energy Commission su progetti relativi al plutonio per reattori nucleari. L asua espansione veloce l’ha portata a diventare un giocatore di livello mondiale nel settore delle utilities, fornendo numerosi servizi di ingegneria di ampio respiro. Per esempio, a metà degli anni 1950 Charles T. Main è stata responsabile della costruzione di una centrale idroelettrica in Turchia (Sariyar Dam).

Sembrerebbe però che la Chase T. Main, ora Parsons Main, non sia semplicemente questo. Sembrerebbe legata a doppio filo con le Agenzie di Intelligence Usa: nelle vesti di società di consulenza il suo compito sarebbe di far scattare delle vere e proprie trappole debitorie nei Paesi del Terzo Mondo che rendano impossibile a quest’ultimi di ripagare i prorpi debiti, con conseguenze facilmente immaginabili.

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