Piazza Affari e i mercati temono la nuova Rivoluzione Francese


logo-trendonlinedi Rossana Prezioso

 

L’ atmosfera si fa pesante, anzi pesantissima a Piazza Affari ma un po’ su tutta l’Europa che già sta scontando una riunione Bce che con ogni probabilità non influenzerà più di tanto la situazione dell’eurozona, anche perchè, ovviamente, non Draghi non può permettersi di “salvare” i mercati ogni volta che si trova a dover parlare in pubblico.

Atmosfera pesante, anzi pesantissima a Piazza Affari ma un po’ su tutta l’Europa che già sta scontando una riunione Bce che con ogni probabilità non influenzerà più di tanto la situazione dell’eurozona, anche perchè, ovviamente, Draghi non può permettersi di “salvare” i mercati ogni volta che si trova a dover parlare in pubblico.

La situazione è grave, nonostante i provvedimenti presi e il progetto del numero uno della Bce di voler farsi carico anche di asset junk da parte dei periferici, suggerisce ai più una sorta di “ultima carta” da giocare.

Anche alla luce di quanto sta accadendo nel cuore dell’Unione, con la Francia che non ha intenzione di sottomettersi alle regole dettate da Berlino, conscia del fatto che tagliare e tassare non è la strada giusta per uscire dalla crisi.

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Prova d’orgoglio

Sarebbe una prova d’orgoglio e un esempio da imitare quello che Parigi sta portando avanti da tempo. La differenza con l’Italia è palese.

Roma dice: tutti dobbiamo fare sacrifici (ma quei tutto non sono proprio “tutti”). Parigi dice: non chiederemo altri sacrifici alla popolazione. Nessuna pressione su tasse, nessun programma di tagli, il loro bilancio per il 2015 vedrà un deficit del 4,4% che piaccia o meno a Berlino.

Ma non si tratta solo di una prova d’orgoglio e di coscienza della propria sovranità nazionale, per quanto gradita, se non altro alzando la voce e

ricordando che oltre ai pagamenti fatti all’Europa, cui non sono corrisposti in proporzione altrettanti finanziamenti, l’Italia sarebbe anche il secondo esportatore del Continente oltre a tutte le potenzialità economiche puntualmente calpestate dalle restrizioni europee che puniscono un’Italia giudicata concorrente temibile ma “fortunatamente” per loro ridotta a Cenerentola dalla decennale incapacità politica.

I precedenti

In realtà si tratterebbe di un precedente storico che si ripete e che a suo tempo venne accordato proprio alla Germania. Sì, perchè la Merkel, per quanto determinata sul da farsi, parrebbe anche affetta da una memoria relativamente labile.

Correva l’anno 2003 e per evitare l’implosione del patto di stabilità e della allora neonata unione, si decise di dare proprio a Berlino e a Parigi, un anno in più per riuscire a risolvere il problema dei conti pubblici da parte delle due nazioni, incluso il rinvio delle sanzioni derivanti dal mancato target del 3%.

Dovevano essere centrati nel 2004 vennero rinviati al 2005.

Uno sforamento continuato, che metteva in dubbio, già da allora, la tenuta dei patti, in un’insieme di nazioni che, sebbene già dieci anni fa denunciavano le prime crepe, erano comunque economicamente più omogenee di quelle oggi presenti.

Gli altri “disobbedienti”

Infatti non siamo i primi a sforare il 3%. E non siamo nemmeno gli unici. LIrlanda (4,8% nel 2014, 4,2% nel 2015 e 7,2% nel 2013) sta uscendo dal pantano, ma a costo di una gravissima recessione sociale, la Spagna che solo due anni fa aveva un deficit al 10% e che oggi non va oltre il 5,6%, pagato con un livello di disoccupazione ufficiale che supera il 25%. Non solo, ma proprio Madrid ha registrato un aumento del rapporto debito/Pil che dal 2007 ad oggi è passato dal 36% al 100%. Lo stesso dicasi per il Portogallo con le sue misure di austerity e i suoi programmi di tagli: deficit dal 9,8% al 4,9%, con 78 miliardi di aiuti e proteste sparse per tutto il Paese. Slovenia anche nel paniere dei “disobbedienti” con un deficit Pil che l’anno scorso era al 14,7% e oggi supera di poco il 4,4%.

Numeri che parlano da soli, così come parlano da soli anche quelli della disoccupazione i quali sottolineano come una se non addirittura più generazioni, sono state bruciate sotto il giogo dei parametri dell’Unione.

Parametri che, a detta degli esperti e addirittura di chi quel limite lo ha inventato (letteralmente), non avrebbero nemmeno nessuna base economica, ma che, pare, siano stati scelti deliberatamente a tavolino.

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By Admin Marcello Lopez

By Admin Marcello Lopez

Ma è Giuseppe Guarino a tornare alle radici remote delle carenze della costruzione economica europea.

Nel suo  libro   Cittadini europei e crisi dell’euro scrive:

«Il Trattato di Maastricht prevedeva all’articolo 104 un rapporto del 3 per cento tra deficit e PIL. La norma, frutto dell’azione dell’allora capo del Tesoro Guido Carli forte del consenso della delegazione britannica, individuava la misura non come vincolo assoluto bensì come linea di tendenza cui si poteva derogare in presenza di fattori esterni persistenti: shock economico-finanziari, prolungata stagnazione produttiva, crisi di fiducia su larga scala.

Giuseppe Guarino, professore emerito nella Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Ha insegnato diritto costituzionale nelle Università di Sassari e di Siena, diritto pubblico nelle Università di Napoli e di Roma, diritto amministrativo nell’Università di Roma “La Sapienza”. Sindaco della Banca d’Italia dal 1967 al 1987. Deputato nella X legislatura. Ministro delle Finanze nel Governo Fanfani (1987) e dell’Industria nel Governo Amato (1992).

Giuseppe Guarino, professore emerito nella Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei.
Ha insegnato diritto costituzionale nelle Università di Sassari e di Siena, diritto pubblico nelle Università di Napoli e di Roma, diritto amministrativo nell’Università di Roma “La Sapienza”.
Sindaco della Banca d’Italia dal 1967 al 1987. Deputato nella X legislatura. Ministro delle Finanze nel Governo Fanfani (1987) e dell’Industria nel Governo Amato (1992).

Il fondamento giuridico dell’integrazione monetaria venne però vanificato con l’adozione dell’euro negli anni 1999-2002.

Al suo posto entrò in vigore una regola formalmente subordinata ai trattati europei: il Regolamento comunitario 1466  messo a punto dall’ex responsabile delle Finanze di Berlino Theo Waigel, approvato dalla Commissione UE guidata da Jacques Santer e dal titolare del Mercato interno Mario Monti con la piena condivisione del capo del Tesoro italiano Carlo Azeglio Ciampi nonostante i moniti avanzati dal suo amico e premio Nobel per l’Economia Franco Modigliani.

Testo, poi trasfuso nel Fiscal Compact, che prefigurava una moneta fondata sul primato immutabile del rigore di bilancio a breve termine, su un vincolo imposto a realtà non omogenee dal punto di vista economico-sociale, sulla stabilità elevata a dogma.

Lo svuotamento della sovranità democratica

Trasformato in un obbligo tassativo, il rapporto del 3 per cento assoggettò il percorso di risanamento nazionale dei conti pubblici allo stringente controllo dell’esecutivo comunitario.

Bruxelles era in grado di vigilare, ma anche di orientare e mutare le strategie economiche degli Stati tramite sanzioni automatiche. 

Gli esiti, rileva il giurista, furono evidenti: rovesciamento dei  parametri democratici, paralisi produttiva, contrazione dei consumi, crisi occupazionale.

Ma il risultato più paradossale riguarda i bilanci: “Il debito pubblico italiano ha raggiunto la cifra record del 133 per cento del Prodotto interno lordo e non potrà essere ridotto con un tasso di crescita inferiore al 3 per cento”.

Neanche con l’intervento monetario di mille miliardi preannunciato dal governatore della BCE Mario Draghi.

La ragione è semplice:

La Banca centrale non può contare su una legittimazione forte per le sue scelte. Perché non ha alle spalle un governo politico europeo”.»

 

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