Sherman Kent e il ruolo dell’intelligence nel processo di policy


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Sherman Kent, storico di Yale e dirigente dell’intelligence statunitense

Sherman Kent, storico di Yale e dirigente dell’intelligence statunitense

di Matteo Faini

Abstract

Qual è il rapporto più corretto ed equilibrato tra Servizi segreti e decisore?

A questa domanda prova a rispondere, attraverso un’analisi del pensiero di Sherman Kent, storico di Yale e dirigente dell’intelligence statunitense, Matteo Faini, ricercatore presso l’Università di Princeton e già autore di “Capire le intenzioni del nemico” e di ” Machiavelli analista intelligence “.

Nella storia contemporanea dell’intelligence statunitense si sono andati affermando due differenti modelli di relazione tra Servizi segreti e vertice politico-strategico.

Secondo il primo, che trae ispirazione dal pensiero del padre dell’analisi di intelligence, Sherman Kent, il ruolo di un Servizio segreto deve essere quello di informare il più oggettivamente ed imparzialmente possibile il decisore politico, evitando di essere coinvolto in dispute politiche.

Per il secondo, che applica le riflessioni di Robert Gates, già direttore della CIA nei primi anni Novanta, l’oggettività dell’intelligence non può andare a discapito della sua rilevanza, intesa come utilità dell’intelligence per il processo decisionale. In tal senso, secondo Gates, un Servizio segreto efficiente deve essere sufficientemente vicino al decisore in modo da assisterlo sulle questioni realmente importanti per lo stesso.

Kent, benché consapevole del rischio di irrilevanza, propugnava un netto distacco burocratico tra agenzia di intelligence e vertice politico. Una separazione che permettesse agli analisti di mantenersi in posizione di terzietà senza divenire parte attiva di alcun processo di policy. Una funzione ancillare, quella dell’intelligence, in grado di informare con precisione e profondità analitica il decisore evitando però di sviluppare interessi burocratici.

La nascita ed il consolidamento della CIA, l’agenzia centrale di intelligence al servizio del Presidente degli Stati Uniti, ha seguito un percorso differente da quello indicato da Sherman Kent

divenendo, per precisa volontà politica, un’agenzia operativa dedita alle “covert actions”.

Modificando, forse, l’applicazione concreta ed in ogni situazione del principio di oggettività analitica così importante per Kent.

Matteo Faini: Sherman Kent e il ruolo dell’intelligence nel processo di policy.

Matteo Faini è Bradley Fellow del Department of Politics dell’Università di Princeton dove sta scrivendo una tesi di dottorato sui rapporti tra agenzie di intelligence e decisori politici.

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