Per fare il lobbista è utile avere amici a Palazzo


Lobbisti italiani Bruxelles

In Usa i lobbisti che hanno lavorato per un senatore guadagnano più di chi non ha tali connessioni

 logo LINKIESTAby Riccardo Puglisi

Questo pezzo è dedicato con affetto a tutti i complottisti di ogni fede e appartenenza. I complottisti sono convinti che le scelte politiche non sono tanto il frutto del meccanismo democratico di rappresentanza (voto per un partito e/o un candidato, vedo che cosa combina, decido se rieleggerlo), quanto di accordi sottobanco tra i politici e le famigerate “lobby”, cioè individui che rappresentano gli interessi di specifici gruppi di individui, imprese e/o associazioni.

L’interpretazione benigna dell’attività di lobbying è che i lobbisti sono abili individui capaci di fornire informazioni necessarie ai politici che devono decidere: questo trasferimento di informazioni migliora la qualità delle decisioni prese. Tanto per fare un esempio: il lobbista del settore X conosce per bene come funziona il settore suddetto, e dunque –fornendo informazioni ai politici che devono decidere come eventualmente regolamentarlo – ottiene l’effetto di evitare disastri normativi, cioè regole stupide e/o controproducenti.

Ma ecco l’interpretazione maligna: il lobbista ottiene buoni risultati semplicemente in quanto conosce le persone giuste, cioè i rappresentanti parlamentari che si occupano del tema. Anzi: capita spesso che il lobbista abbia lavorato per un certo deputato e senatore, e che a un certo punto si sia buttato nel settore privato diventando un lobbista. Negli Usa la facilità del passaggio dal lavoro politico al lavoro di lobby -e viceversa- viene descritto con il termine piuttosto efficace di “porte girevoli” (revolving doors). Finché il tuo ex-principale rimane senatore o deputato e fa parte di commissioni parlamentari importanti, tutto bene.

Che succede invece quando il tuo ex-principale per varie ragioni smette di essere parlamentare? Se vale l’interpretazione benigna dell’attività di lobbying, il lobbista in questione non dovrebbe risentirne granché, mentre sono volatili per diabetici (prendendo a prestito un’efficace -seppur colorita- espressione di Lino Banfi) se il meccanismo in gioco è il secondo.

Questo pezzo è dedicato con affetto a tutti i complottisti di ogni fede e appartenenza. I complottisti sono convinti che le scelte politiche non sono tanto il frutto del meccanismo democratico di rappresentanza (voto per un partito e/o un candidato, vedo che cosa combina, decido se rieleggerlo), quanto di accordi sottobanco tra i politici e le famigerate “lobby”, cioè individui che rappresentano gli interessi di specifici gruppi di individui, imprese e/o associazioni.

L’interpretazione benigna dell’attività di lobbying è che i lobbisti sono abili individui capaci di fornire informazioni necessarie ai politici che devono decidere: questo trasferimento di informazioni migliora la qualità delle decisioni prese. Tanto per fare un esempio: il lobbista del settore X conosce per bene come funziona il settore suddetto, e dunque –fornendo informazioni ai politici che devono decidere come eventualmente regolamentarlo – ottiene l’effetto di evitare disastri normativi, cioè regole stupide e/o controproducenti.

Ma ecco l’interpretazione maligna: il lobbista ottiene buoni risultati semplicemente in quanto conosce le persone giuste, cioè i rappresentanti parlamentari che si occupano del tema. Anzi: capita spesso che il lobbista abbia lavorato per un certo deputato e senatore, e che a un certo punto si sia buttato nel settore privato diventando un lobbista. Negli Usa la facilità del passaggio dal lavoro politico al lavoro di lobby -e viceversa- viene descritto con il termine piuttosto efficace di “porte girevoli” (revolving doors). Finché il tuo ex-principale rimane senatore o deputato e fa parte di commissioni parlamentari importanti, tutto bene.

Che succede invece quando il tuo ex-principale per varie ragioni smette di essere parlamentare? Se vale l’interpretazione benigna dell’attività di lobbying, il lobbista in questione non dovrebbe risentirne granché, mentre sono volatili per diabetici (prendendo a prestito un’efficace -seppur colorita- espressione di Lino Banfi) se il meccanismo in gioco è il secondo.

Un bell’articolo di Blanes i Vidal e coautori consiste in un’analisi empirica della faccenda, focalizzata sui membri del Congresso Usa. Il risultato principale è che i lobbisti che hanno lavorato nello staff di un senatore guadagnano sistematicamente di più di chi non ha questo tipo di connessioni, specialmente se il il senatore in questione è membro dei comitati più importanti.Ma il risultato principale ottenuto dai tre autori è un altro: quando il senatore si ritira o non viene rieletto o passa a miglior vita, i ricavi del lobbista connesso a quel senatore calano di un quarto, cioè intorno a 182.000 dollari in meno. E valgono risultati simili per i membri della Camera dei Rappresentanti.

Parafrasando Andreotti: a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Coi dati ci si azzecca di più e si pecca di meno.

La riunione di Baker Botts studio legale con sede a Huston che celebra il primo anniversario del suo ufficio a Bruxelles (foto del New York Times).

La riunione di Baker Botts studio legale con sede a Huston che celebra il primo anniversario del suo ufficio a Bruxelles (foto del New York Times).

Il ricco lobbismo degli studi cerca di influenzare l’Unione Europea

Bruxelles – È stata una dimostrazione di forza in linea con le ambizioni degli studi legali americani che vedono l’aumento della vastità dell’apparato dell’Unione Europea come una opportunità vitale di lobbismo per sé e per il propri clienti delle multinazionali. 

Riuniti all’ufficio di Bruxelles di Covington&Burling, uno studio di primo piano con sede a Washington, c’erano alcuni dei suoi avvocati e lobbisti, insieme con i dirigenti di alcune delle maggiori compagnie mondiali del petrolio, incluse Statoil e Chevron. Il loro scopo era quello di contribuire a formare le politiche dell’Unione europea sulla tecnologia della trivellazione petrolifera e del gas conosciuta come frattura idraulica o fracking. 

Si stavano incontrando con Kurt Vandenberghe, un funzionario ambientale superiore per l’Europa che gioca un ruolo di primo piano nel dibattito sul fracking; che è ancora più controverso in Europa che negli Stati Uniti.

Il padrone di casa in quel Giugno era Jean De Ruyt, un ex diplomatico belga la cui carriera passa dall’Africa centrale fino al “sancta sanctorum” dell’Unione europea, ed ora è consulente per Covington. Lui e gli altri del team di lobbisti, recentemente ampliato, hanno parlato con almeno quattro responsabili di alto livello delle politiche dell’Unione europea, che negli ultimi mesi sono alla porta di casa delle imprese, incluso un funzionario di vertice ed arrivando a Settembre con una copia di un piano di fracking non ancora reso pubblico.

“È fondamentale per noi essere in anticipo rispetto a quando il dibattito politico si avvia”, ha detto poi il signor De Ruyt in una intervista. “Perché dopo questo non possiamo più avere impatto”.

Poiché l’Unione europea è emersa come una superpotenza regolatrice di 28 paesi che collettivamente formano la maggiore economia mondiale, le sue politiche sono diventate sempre più importanti per le multinazionali che operano a livello transfrontaliero. A sua volta, l’influenza degli affari a Bruxelles è diventata sempre maggiore e più competitiva, paragonabile solo a quella di Washington.

Nessun gruppo si sta dimostrando più aggressivo nel rivendicare una quota di tale attività – e provocando più critiche – di Covington ed una dozzina di altri importanti studi legali internazionali, alcuni dei quali hanno portato le “pratiche” americane a Bruxelles, sede del potere dell’Unione Europea, mentre operano con addirittura meno vincoli che negli stati Uniti.

Le regole qui differiscono in vari modi – per cominciare, il sistema europeo non è ingrassato dai contributi delle multinazionali nelle campagne elettorali, che sono vietati o strettamente limitati in molti paesi membri. Ma gli studi legali sono riusciti ad avere dei risultati vincenti per i loro clienti, che includono compagnie chimiche e dell’energia, i produttori di farmaci, le imprese della Silicon Valley, gli affari di Wall Street ed i contratti militari.

Le aziende stanno approfittando della debolezza delle regole etiche a Bruxelles, includendo quella che permette ad alcuni ex funzionari governativi di cominciare a sfruttare le proprie conoscenze dal giorno in cui lasciano l’incarico. Una tradizione, assumere gli insdiers, che a Washington era relativamente rara per gli studi legali, fino a quando le aziende americane hanno intensificato il reclutamento di politici europei – inclusi funzionari di vertice alla Commissione europea, al Parlamento e del Consiglio, i tre principali organi di governo – con “grasse” retribuzioni.

Gli studi non si stanno sforzando per portare più trasparenza al lobbismo di Bruxelles, richiamandosi al segreto professionale avvocato-cliente per evitare lo sforzo di divulgazione sostenuto dal governo ma che è sostanzialmente volontario. Covington, per esempio, si rifiuta di identificare i propri clienti o coloro per cui fanno lobbismo, come invece dovrebbero fare se fossero negli USA. Possono mantenere segrete le riunioni con i clienti e le autorità di regolamentazione nei propri uffici, che per molti funzionari americani sarebbe perfino vietato frequentare o, almeno, sarebbero tenuti a comunicarlo agli Stati Uniti.

I critici, inclusi i lobbisti rivali ed alcuni funzionari europei, accusano gli studi legali di operare nell’ombra. “Si nascondono dietro la riservatezza” ha detto Robert Mack, un americano alto dirigente dell’ufficio di Bruxelles di Burson-Marsteller, una società lobbista mondiale e di pubbliche relazioni. “È ingiusto; è anticompetitivo” ha aggiunto. “Ci sono persone che vogliono fare le cose in segreto, e quello che fanno è utilizzare gli studi legali”.

Isabelle Durant, vicepresidente del parlamento europeo dal Belgio e che ha fatto parte della commissione che tre anni fa ha contribuito ad avviare un programma di comunicazione volontaria, ha espresso preoccupazione. “Non sono contro il lobbismo, sono contro il lobbismo opaco”, ha detto. “Dobbiamo sapere chi lavora per chi e quanto è pagato”.

Cercando di “armonizzare”.

Nascosta nei confini alberati di Parc Léopold, che un tempo era uno zoo ed un parco di divertimenti nel centro della moderna Bruxelles, c’è la Biblioteca Solvay, costruita un secolo fa da un industriale belga.

In una vivace notte di Settembre, con gli avvocati americani come ospiti, la sala di lettura della biblioteca era piena di decine di dirigenti delle più grandi multinazionali incluse la Boing, Intel e Samsung, con membri di altro livello del personale della Unione europea. L’ospite d’onore era James A. Baker III, l’ex segretario di Stato e del Tesoro, oltre che capo di Stato maggiore per due Presidenti. Sembrava così in forma che un avvocato gli ha chiesto consigli nutrizionali. Il signor Baker era presente per celebrare il primo anniversario della presenza di un ufficio Baker Botts, a Bruxelles, lo studio legale con sede a Huston co-fondato dal suo bisnonno.

Come partecipanti che rosicchiano un lecca-lecca di foie gras, immerso nel cioccolato fondente, hanno discusso della potenziale miniera d’oro rappresentata dagli affari dei negoziati trans-atlantici che sono recentemente cominciati tra Europa e Stati Uniti. L’obiettivo delle negoziazioni è di “armonizzare” il sistema di regolamentazione degli Stati Uniti e dell’Europa, in modo che le imprese possano soddisfare uno standard unico – del valore di centinaia di milioni di dollari, se non miliardi, di risparmi per le imprese, in particolare se si possono convincere i negoziatori ad accettare regole meno severe nel processo. La realizzazione dell’affare potrebbe anche significare una gigantesca onda di lobbismo lucrativo e di lavoro legale per gli studi a Bruxelles e Washington, che ricaricano mille dollari l’ora. “Non sarà facile – sarà difficile”, ha detto il signor Baker agli astanti. “Ma è veramente importante da fare”.

Questo genere di opportunità aiuta a spiegare perché gli studi americani sono così attratti da Bruxelles, dove molti sono locati vicino a Rue Belliard, la versione europea di K Street, il corridoio del lobbismo a Washington. Molti studi britannici hanno rinforzato le pratiche di lobbismo. Ma c’è una dura competizione. Akin Gump, un importante studio legale americano, ha chiuso il suo ufficio a Bruxelles molti anni orsono, con il direttore esecutivo che ha chiamato l’avamposto una “perdita di risorse”.

Altri, però, sono impegnati. Come Bruxelles “si muove in alto nell’importanza per queste società, diventa più importante per ogni studio legale come il nostro”, ha detto Raymond S. Calamaro, collaboratore di Hogan Lovells, uno studio che divide la propria sede tra Washington e Londra e che espande le sue pratiche di lobbismo a livello globale. Quando gli avvocati di Hogan Lovells sono ostacolati dalla burocrazia europea, si rivolgono abitualmente a Hugo Paemen, uomo pacato, impeccabilmente vestito, che è stato nominato barone dal Re belga e ha lavorato come ambasciatore dell’Unione europea negli Stati Uniti.  “Non sto cercando visibilità” – ha detto il signor Paemen. “Il lavoro importante avviene al telefono, o ad un pranzo o un caffè preso tutti assieme”.

A Covington, Wim van Velzen, una volta vice-presidente del più grande gruppo politico al Parlamento europeo, il Partito Popolare europeo, era la persona a cui rivolgersi per incarichi che richiedevano una azione legislativa. Il signor De Ruyt’ invece, si concentra sul Consiglio europeo di cui era un alto funzionario. “È facile per chi è stato là e conosce come vanno le cose”, ha detto.

Covington ha anche recentemente assunto Paul Adamson, un ex membro del personale presso il Parlamento e lobbista di lungo corso a Bruxelles. “Sono un mercenario”, ha scherzato. Molti studi legali conservatori di Bruxelles non sono entusiasti del fatto di avere consulenti come lui o ex politici, persone che non sono avvocati; il signor Adamson ha aggiunto: “Ma per Covington questo non è mai stato un imbarazzo”.

I risultati sono tangibili, dicono gli studi legali, fornendo documenti per rispondere ad alcune richieste. L’anno scorso, Hogan Lovells ha aiutato una compagnia di semiconduttori americana a fissare una deroga di diritto ambientale che gli permettesse di continuare ad usare delle sostanze potenzialmente pericolose negli integrati dei computer che produce. Gli studi hanno anche aiutato un gruppo di industrie chimiche americane ad evitare di dover ri-testare i prodotti per soddisfare la nuova legge sui prodotti chimici, a sfavore dei gruppi di animalisti che non volevano che gli animali fossero usati nel ri-testarli.

Covington ha aiutato nell’ottenere una normativa sulla riservatezza dei dati personali che alleggerirà le restrizioni su come le compagnie possono usare certi dati raccolti tra i consumatori; la proposta è pendente. Gli studi hanno con successo esercitato pressioni per indebolire una proposta di regolamento volta a frenare la possibilità per fondi pensione europei di investire una parte del proprio denaro in società private di equity.

Covington ha rifiutato di fare i nomi dei suoi clienti diversi da Microsoft. Su del materiale di marketing però, lo studio osserva che tra i suoi clienti di Bruxelles sono inclusi la ricerca farmaceutica e la manifattura americana, la BSA, il Software Alliance ed un gruppo commerciale tra i cui membri ci sono anche Oracle, Apple e Adobe System. Hogan Lovells si è anche rifiutato di identificare la maggior parte dei suoi clienti, ma ha detto che rappresentava Philips, la compagnia di elettronica e di assistenza sanitaria.

Craig Burchell, il responsabile generale del commercio e di accesso al mercato per Philips, ha detto che il patrocinio legale e politico di Hogan Lovells è proprio quello che la sua compagnia cerca. “Sicuramente abbiamo bisogno di avvocati in grado di gestire il lavoro con l’antitrust e le questioni commerciali”, ha detto. “Ma quello di cui abbiamo veramente bisogno è una influenza a monte sulla politica”.

Il valore della segretezza.

Claude Turmes, un membro del Parlamento europeo originario del Lussemburgo, ha rifiutato di incontrare i lobbisti che non si sono registrati volontariamente in un database di conoscenza creato nel 2011 che include il nome di quasi 6.000 imprese, organizzazioni o studi di lobbisti che cercano di influenzare il governo europeo. Centinaia si pensa abbiano rinunciato, invece alcuni studi si sono inspirati all’esempio degli studi legali americani.

Un membro del partito dei Verdi, il signor Turmes ha preso parte allo sforzo, fallito, di implementare un registro obbligatorio. “Il lobbismo è un po’ come la prostituzione – esisterà sempre e se si tenta di vietarlo, si avrà il mercato nero”, ha detto. “Sono interessato ai punti di vista di tutti gli attori coinvolti, ma dobbiamo farlo in modo trasparente”.

Alcuni oppositori del registro obbligatorio sono anche membri del Parlamento che lavorano negli studi legali, come Klaus-Heiner Lehnne, un cristiano democratico tedesco, che è partner nello studio legale con sede britannica Taylor Wessing e consiglia i clienti sulle normative europee mentre lavora anche come Presidente per la commissione parlamentare per gli affari giuridici.

A Bruxelles, gli studi legali sostengono che le norme belghe dell’ordine forense gli vietano di violare la riservatezza dei propri clienti. In una presentazione pubblica alla Commissione europea lo scorso anno, il Consiglio degli Ordini Forensi europei ha delineato una serie di obiezioni per la possibilità di espandere i requisiti di pubblicità per gli avvocati lobbisti, e rivendicato il “segreto professionale” come uno dei “valori principali della professione legale”.

Molti clienti vedono la segretezza come un vantaggio. “Anche se la questione è pubblica, i clienti non vogliono che il nostro impegno sia conosciuto”, ha detto Lourdes Catrain, un partner di Hogan Lovells. “Uno studio legale fornisce forti garanzie di riservatezza”.

Olivier Hoedeman, il coordinatore della ricerca al Corporate Europe Observatory, una organizzazione di Bruxelles no profit che studia l’influenza del lobbismo sull’Unione europea ha detto che non sapeva nemmeno di alcuni favori legislativi che erano stati fatti dagli studi legali per i propri clienti.

“Non c’è un modo realistico per monitorare quello che stanno facendo se non sai nemmeno chi sono i loro clienti”, ha detto. “Il genere di risultati che stanno raggiungendo, al di fuori del controllo pubblico, non è democratico. Ma per le società coinvolte può essere molto redditizio”.

Maros Sefcovic, vice Presidente della Commissione europea e funzionario che sovraintende agli sforzi governativi per aumentare la trasparenza, ha detto che stava considerando di scrivere una lettera agli studi legali che ignorano il registro, spingendoli ad aderirvi. Lui stima che le 6.000 società, studi di lobbisti e gruppi no profit che si sono iscritti – con circa 30.000 lobbisti – rappresentano il 75% dell’universo di persone che cercano di influenzare il governo europeo. E quelli con meno adesioni sono gli studi legali.

Gli studi legali sono registrati negli Stati Uniti, ma quando arrivano in Europa fanno improvvisamente finta di non sapere cosa è un registro dei lobbisti, e quali sono i loro obblighi”, ha detto il signor Sefcovic.

Un altro membro della Commissione europea si chiedeva meravigliato se gli studi legali dei lobbisti abbiano un trattamento speciale, data la profonda rete dei loro contatti personali. “Le autorità pubbliche, per legge, sono obbligate ad offrire uguale trattamento a tutti i cittadini”. Ha detto il funzionario, parlando della condizione di anonimato perché non era autorizzato a discutere del problema. “Ma naturalmente fa differenza quando si riceve una chiamata, ed è di un ex collega – e vuole solo un po’ del vostro tempo”.

Muoversi verso l’apertura.

Eppure gli scandali negli anni recenti – nessuno che abbia coinvolto gli studi americani – hanno stimolato un movimento verso il cambiamento che molti vedono come inevitabile. Lo scorso autunno, un alto funzionario dell’Unione europea finì coinvolto in una indagine sulla corruzione, ed un articolo del Sunday Times britannico ha parlato di tre membri del Parlamento europeo coinvolti in episodi di corruzione.

All’avamposto di Hogan Lovells a Bruxelles, 28 tra avvocati e lobbisti di tutta Europa si sono incontrati per discutere del loro lavoro e dell’occasione di trovare nuovi clienti. C’era una certa sensazione, però, come se la possibilità degli studi di operare per la maggiore in segreto avrebbe potuto non durare ancora a lungo.

“Siamo molto lontani dalla situazione degli Stati Uniti dove sono molto trasparenti”, ha detto alla riunione Paul Dacam, un partner di Hogan Lovells di Londra. “La cultura del cliente, in questo momento, non va verso l’apertura. Ma non ho dubbi guardando avanti, che la registrazione sarà resa obbligatoria”.

Con questo, il signor Paemen, l’ex ambasciatore per l’Unione europea, ha terminato – stava comparendo ad un evento a fianco di un membro di spicco del Parlamento europeo e di un alto funzionario del commercio europeo.

Una sessione simile ha avuto luogo negli uffici di Bruxelles di Covington, dove quattro lobbisti hanno discusso con i partner i piani per provare ad influenzare il dibattito sulle negoziazioni commerciali, i dati privati e i prodotti farmaceutici. Hanno anche menzionato il fracking – lo studio sta organizzando un gruppo industriale per offrire suggerimenti ai funzionari governativi nello stendere le regole. Ci sono già stati movimenti preliminari del Parlamento che suggeriscono che questo chiederà una supervisione del settore; uno sforzo che i lobbisti proveranno a far deragliare.

Il signor van Velzen ha detto ai colleghi di una serie di incontri programmati con i membri del Parlamento europeo e della Commissione europea, mentre il signor De Ruyt ha condiviso con il team gli stretti legami che ha con il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti all’Unione europea – un rapporto sicuro e a portata di mano quando le esigenze dei nuovi clienti emergeranno.

“C’è una certa eccitazione nell’avere ciò che si vuole attraverso il sistema” ha detto in una intervista il signor De Ruyt, aggiungendo che aveva imparato l’arte dell’influenzare le decisioni politiche, invece che limitarsi a prenderle. “Ora so esattamente come fare”.

 


 

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