Datagate, l’intelligence ormai si fa in appalto


wired-it-smallLo scandalo sollevato da Edward Snowden ha svelato l’intreccio fra agenzie di intelligence e aziende private. Ecco la ragnatela che vi si cela dietro.
20 giugno 2013 di Carola Frediani
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Datagate, l’intelligence ormai si fa in appalto

Un mondo di spie in outsourcing. Uno degli effetti collaterali de l Datagate è di aver messo sotto i riflettori l’intricata mappa delle agenzie di intelligence e dei privati a cui le stesse si affidano sempre di più. Un intreccio di persone, aziende, poteri da far invidia alle telenovelas più arzigogolate. Contractor, li chiamano: individui od organizzazioni che prendono in appalto lavori e servizi statali. Noi europei ci ricordiamo ancora quelli che forniscono eserciti privati, come la controversa Blackwater, azienda che si è tristemente distinta in Iraq.

Ma anche un settore molto più asettico e nerd come quello della cyber-intelligence è sempre più spezzettato e affidato ad esterni da parte del governo Usa. L’Agenzia di sicurezza nazionale (Nsa), che ora è nell’occhio del ciclone e che ieri in una audizione al Congresso Usa si è difesa, per bocca del suo capo, il generale Keith Alexander, dicendo di aver sventato almeno 50 attentati grazie ai suoi programmi di sorveglianza, è dal 1952 che cerca di ascoltare in vario modo le comunicazioni mondiali, e per anni ha gestito il famigerato programma Echelon, che utilizzava varie basi sparse nel mondo per intercettare informazioni interessanti. Il suo compito è di raccogliere segnali di intelligence e difendere il sistema informatico americano da attacchi. È insomma soprattutto una agenzia di smanettoni, i cui agenti sono impegnati a craccare o a scrivere codici, più che a pedinare sospetti con il bavero dell’impermeabile rialzato.

L’avvento dell’era digitale, e la psicosi post-11 settembre, hanno moltiplicato in modo esponenziale i dati da controllare, e la Nsa ha ampliato la gamma di comunicazioni da setacciare. Per correre ai ripari si è dotata di infrastrutture potenti, come il gigantesco data center nel deserto dello Utah che dovrebbe aprire dopo l’estate e macinare miliardi di informazioni. Ma si è anche affidata sempre di più ai privati.

“Ci sono milioni di contractors dentro le agenzie di intelligence nazionali. La comunità di 007 è piena di outsourcing”, ha dichiarato Angela Canterbury del Project on Government Oversight, no-profit che monitora la gestione degli enti statali americani. Secondo un rapporto del 2010, quasi il 30% della forza lavoro delle agenzie di 007 è fatta da contractor. Probabile che quella quota sia aumentata nel frattempo.

Sono comunque duemila le aziende che offrono servizi all’intelligence a stelle e strisce. E, secondo l’esperto del settore Tim Shorrock, il 70% del budget statunitense allocato per lo spionaggio va a privati. Poiché si tratta di una cifra complessiva annuale di circa 80 miliardi di dollari, nelle tasche di queste aziende ne entrano 56 miliardi.

Del resto Edward Snowden, il 29enne che ha fatto scoppiare il bubbone Nsa-Prism, è un contractor che lavorava per Booz Allen Hamilton, azienda di consulenza della Virginia che ha tra i principali clienti il governo Usa. Soprattutto si tratta di una società con forti legami con la comunità degli 007. L’attuale direttore dell’intelligence nazionale, lo zar dei servizi James Clapper è un ex-dirigente Booz Allen. Mentre l’attuale vice presidente dell’azienda, Mike McConnell, ha ricoperto quel ruolo sotto George W. Bush. E prima ancora è stato sempre alla Booz Allen per anni. E ancora prima era direttore della Nsa sotto Bill Clinton. Nel 2010, ha scritto il Washington Post, l’azienda – il cui valore si aggira sui 5 miliardi di dollari all’anno – aveva 23mila addetti che lavoravano per il governo nell’intelligence e counter-intelligence, sparsi tra 23 diverse agenzie e 15 aree di conoscenza.

Tutto ciò apre anche il capitolo delle revolving doors, le porte girevoli tra amministrazione statale e compagnie private, con i relativi conflitti di interesse. Negli ultimi anni un folto gruppo di esperti di cyber-security che occupavano alti livelli dell’Fbi, del dipartimento di Sicurezza nazionale e della Casa bianca sono migrati in società private, salvo continuare a lavorare per il governo in quel modo. L’Economist ha raccolto alcuni di questi Vip della sicurezza informatica dalla doppia vita su una tabella. Qui ci sono figure come quella di Sean McGurk, prima direttore di un programma di cyber-security al Dipartimento di Sicurezza nazionale, quindi a capo di analoghi settori in altre aziende, tra cui Verizon. O come Scott O’Neal, vicedirettore della divisione di crimine informatico all’Fbi finito a Booz Allen Hamilton e poi a Mandiant, azienda che ha fatto parlare di sé recentemente per il suo rapporto sul cyber-spionaggio cinese.

Inoltre alcune di queste aziende specializzate in raccogliere segnali di cyber-intelligence hanno ramificazioni in altri Paesi. Come la Cylance, che ha da poco aperto degli uffici in Australia. Come una qualsiasi multinazionale, certo, anche se al suo interno ci sono consulenti che arrivano direttamente dal Dipartimento della Sicurezza nazionale, dall’Fbi, dalla Nsa, e dal Cert statunitense. Il fatto che Prism sia rivolto soprattutto a non-americani ha scosso non poco l’opinione pubblica dei Paesi alleati. Il timore, come ha fatto notare l’ Economist, è che le agenzie di intelligence si passino informazioni fra di loro, ognuna rispettando formalmente (o quasi) le proprie leggi nazionali, ma permettendo agli alleati di fare gli spioni sui propri cittadini. Tanto più se a oliare il meccanismo ci sono anche aziende private che possono godere di una maggiore libertà di movimento.

Alcuni temono anche che i servizi possano appoggiarsi a Stati non esattamente noti per le loro pratiche democratiche, e in cui le tutele legali sul rispetto della privacy sono minori, per fare man bassa di informazioni. “È un sospetto che gira da molti anni, ma a cui onestamente non ho mai creduto per alcune valide ragioni”, commenta a Wired Stefano Mele, Coordinatore dell’Osservatorio infowarfare e tecnologie emergenti dell’Istituto italiano di studi strategici Niccolò Machiavelli. “In particolare, nessuno Stato troverebbe utile – senza una reale necessità – cedere informazioni di intelligence ad altri Stati, anche se alleati”.

Un quadro destinato a sollevare ulteriori problemi, che si sommano alla gravità del programma di sorveglianza condotto dalla Nsa. Chi controlla questo esercito di contractor e di privati? Per uno Snowden che fa uscire un leak scottante, quante altre situazioni di ulteriore abuso possono crearsi? “Sono molto preoccupata del fatto che abbiamo dei contractors che fanno essenzialmente lavori governativi”, ha dichiarato la senatrice statunitense Dianne Feinstein, presidente della commissione di controllo sui servizi. “Forse dovremmo riportare alcuni di quei compiti all’interno”, ha aggiunto la minority leader della Camera Nancy Pelosi. Forse. Anche se i dubbi provocati dal Datagate non si esauriscono qua.

(Credit: Corbis Images)

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