PRODI RISPONDE A RIVA, CHE HA DEFINITO L’ILVA AI TEMPI DELL’IRI “UN FERROVECCHIO”. “ERA UNO DEI PIÙ BEI STABILIMENTI DI EUROPA”. ALLORA PERCHÉ SVENDERLO?


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PRODI RISPONDE A RIVA, CHE HA DEFINITO L’ILVA AI TEMPI DELL’IRI “UN FERROVECCHIO”. “ERA UNO DEI PIÙ BEI STABILIMENTI DI EUROPA”. ALLORA PERCHÉ SVENDERLO?

Romano Prodi non ci sta. Da quando è stato fulminato dopo le pugnalate dei 101 congiurati che nel PD gli hanno sbarrato la strada per il Quirinale, il Professore di Bologna si è incattivito e ha perso l’apparente bonomia dietro la quale nasconde la presunzione intellettuale e la voglia di vendetta.

Romano Prodi

Romano Prodi

Così, mentre agli amici più intimi ricorda che Giulio Cesare di pugnalate ne ricevette soltanto 23, quando viene chiamato in causa per qualche problema che riguarda i suoi trascorsi in politica e all’Iri reagisce con violenza. Lo ha fatto il 28 sc. dopo aver letto l’intervista del “Corriere della Sera” al patron dell’Ilva, Emilio Riva, che si trova ai domiciliari con il rischio di perdere il patrimonio di 8,1 miliardi sparso nei paradisi fiscali.

Emilio Riva

Emilio Riva

Al giornalista del “Corriere della Sera” che lo interrogava Riva, ha dichiarato che quando nel ‘93 rilevò l’azienda di Taranto trovò che l’Ilva “era un ferrovecchio”, un disastro industriale rimesso in piedi con i suoi soldi e la sua bravura.
Agli occhi di Prodi questa affermazione è semplicemente spudorata e oggi ribatte piccato sul quotidiano “Il Fatto”: “Taranto era un grande stabilimento, assolutamente uno dei più bei stabilimenti integrati d’Europa”.

Se accanto a Romano ci fosse stata la moglie Flavia, l’unica che riesce a capirlo e a placare la sua ira, forse gli avrebbe consigliato di non riaprire il capitolo della vendita dell‘Ilva ai Riva perché su quell’operazione si scatenarono a suo tempo polemiche furibonde.

Agli occhi di Prodi però l‘Ilva non è soltanto un pezzo della sua esperienza professionale all’Iri, ma una colonna fondamentale della storia industriale del Paese che il Professore conosce benissimo anche se in televisione l’ha raccontata malissimo.

Quando si parla dell’Ilva, ex-Italsider, è inevitabile ricordare il ruolo che la siderurgia ha avuto nella ricostruzione dell’Italia e alla lungimiranza della Banca Commerciale italiana che nel ’21 ne rilevò la proprietà facendola confluire dentro l‘Iri.

Poi i tempi sono cambiati e a distanza di decenni Prodi appena salito al governo decide nel ’94 di cederla ai privati nonostante l’Italsider sfornasse circa 12 milioni di tonnellate di acciaio l’anno. Sull’azienda ,che si chiama Ilva perché ha preso il nome latino dell‘isola d’Elba dove c’era il minerale di ferro per i primi altiforni di fine ‘800, gravava un debito di 7mila miliardi di lire.

Nelle stanze dell’Iriqualche mente fertile e generosa fissò il prezzo finale in 1.649 miliardi, uno sconto enorme che lasciò sulle spalle dei contribuenti italiani il peso degli altri debiti.

La furbizia dei Riva li portò a chiedere un altro sconto di 800 miliardi giustificato con interventi da fare per abbassare l’inquinamento. Il beneficio fu negato e a chi oggi ricorda questo passaggio della trattativa Prodi risponde con un certo imbarazzo: “parliamo di un secolo fa, molto prima della legislazione provvidenzialmente intervenuta dopo…”. e insiste nella sua difesa: “era un bello stabilimento, tra l’altro isolato dalla città. È stata la città ad andare addosso all’Ilva non l’Ilva addosso alla città”.
Nulla da eccepire a questa affermazione perché gli abitanti di Taranto sanno che il quartiere Tamburi era abbastanza lontano dalle ciminiere e fu l’espansione urbanistica a provocare la distruzione di migliaia di ulivi nella zona più verde della città.

Lo scaricabarile dell’ex-presidente dell’Iri è formalmente ineccepibile, ma chi avrà voglia un giorno di raccontare la vera storia dell’Ilva dovrà spiegare le ragioni per cui quello che Prodi definisce “uno dei più bei stabilimenti d’Europa” fu venduto dall’Iri buttando dentro una “bad company” migliaia di miliardi con una decisione che favorì la famiglia siderurgica.

Una famiglia che negli anni ’90 è stata graziata oltre misura, e che nel 2008 è entrata nella compagine dei patrioti italiani per salvare l’Alitalia mettendosi in tasca una cambiale politica che oggi non può scontare.

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