Lobbying for a New Italy’s Role in the World Order


10144114-lente-d-39-ingrandimento-su-una-mappa-d-39-italia By Marcello Lopez

Geointelblog4italian/SMEs – Editor


                       New Italy’s Role in the World Order

L’Italia ha una discussione sul declino da operetta, come è sempre stato del resto per ogmi rimemorazione della nostra storia nazionale anche mentre la si ricostruiva come operazione di comunicazione mitologica.

Personalmente non mi interessa la lamentosa “predicazione declinante” ma riflettere sulle dimensioni internazionali della nuova stagione italiana che si è aperta.

Il ruolo tradizionalmente svolto dall’Italia nel Mediterraneo  per cinquanta e più anni fino all’inizio del nuovo secolo non è stato affatto secondario o subalterno. La strategia di approvigionamento energetico ha avuto riflesssi profondi anche sulla politica estera quando non l’ha profondamente influenzata e condizionata, a partire dall’affascinante storia dell’ENI.

L’ Italia si guadagnò, in quel periodo storico, una dimensione di media potenza regionale.

E questo ruolo diplomatico di ampio respiro, che neppure i tempi più duri della guerra fredda hanno incrinato, che occorre ricordare per comparare e riflettere. E’ con tale ruolo che bisogna misurarsi per comparare l’oggi con il ieri.

Il problema del declino del Paese è il declino delle élite.

Sono un elitista convinto sotto il profilo teorico e interpretativo dei meccanismi sociali.

Questo termine mi serve per dare una definizione più complessiva ed ampia, am al tempo stesso specifica, di ciò che comunemente si intende per classi dirigenti.

Cito da “Declino. Dalla decadenza all’ economia morale” di Giulio Sapelli.

« Gli Elitisti Italiani soprattutto Pareto e Mosca, riferendosi alle origini delle classi dirigenti quali comunemente le intendiamo,  le indicavano come  le detentrici di potere di controllo sulle risorse statuali e della società civile. Tutte le forze sociali organizzate, fossero esse pure delle minoranze, sempre avrebbero dominato delle maggioranze disorganizzate.

L’onere della prova che questo assunto analitico non sia vero spetta ancora oggi a coloro che ne negano l’indubitabile efficacia euristica.

Le forme verticali di potere e di controllo, nonché le risorse necessarie all’organizzazione discendono soprattutto dall’istruzione, non dalla ricchezza, come insegna la concezione hegeliana dello stato.

L’ Elite è qualcosa di più della selezione per censo. Fichte ne dà una definizione allorché parla della “Missione del Dotto”, dove il dotto era colui che comprendeva i segni dei tempi e per tal fatto poneva le basi della costruzione della nazione.»

Prosegue Sapelli: « Ne’ ” La missione del dotto”  Fichte, con “I discorsi alla nazione tedesca”, in cui è spiegato ciò che gli elitisti intendevano ed intendono ( ma quanti siamo rimasti ? ora sono tutti “democratici”….) per élite:

Una risorsa umana, che può presentarsi in forma associata, cognitiva o morale, capace di aggregare intorno a sé competenze, consenso e spirito di organizzazione.

Tale principio spirituale si dispiega tramite la gerarchia e non attraverso il mercato. Vi sono due modi per realizzare ed allocare socialmente infatti, sia le risorse fisiche che intellettuali.  Il mercato oppure la gerarchia.

Una gerarchia che si fonda non sul potere, quanto, invece sull’autorità e quindi secondo la lezione di Capograssi, sulla libertà.           Le élite comprendono il senso della storia e si legittimano soprattutto attraverso motivazioni di tipo morale ed etico. Ad una classe dirigente appartiene, del resto, soltanto colui che interpreta gli interessi generali e non “particulari”.                                                                        Da questo punto di vista la storia dell’Italia è assai interessante analiticamente, perché se oggi noi accettiamo di definire ciò che accade sotto i nostri occhi come declino delle antiche élite industriali compiamo un errore assai grave. Infatti occorrerebbe definire quest’ultime – se accettiammo la prima esposta definizione di élite – “classi dominanti”.

Il declino può essere veramente drammatico a seconda dell’esistenza o della non esistenza di una vera classe dirigente. personalmente penso che l’Italia sia stata e sia un Paese a bassa capacità di produzione e di riproduzione di classe dirigente.

L’indubitabile verità è che l’Italia ha prodotto classi dirigenti solo grazie a straordinarie congiunture internazionali che hanno visto i suoi migliori interpreti delle virtù civili allontanarsi dal loro paese di origine e soggiornare all’ estero. Noi siamo stati in grado di produrre classi dirigenti politiche, industriali e finanziarie quando ci siamo incontrati con saperi che provenivano dall’estero, che erano esteri.

Si potrebbe dire che il declino elitista dell’Italia inizia quando viene meno il soffio propulsivo e progressista degli uomini della Resistenza. Perché ? Perché essi erano degli “Anti Italiani” ossia si erano formati nelle carceri fasciste, si erano formati nell’Internazionale Comunista, si erano formati nell’organizzazione vaticana e nel cattolicesimo internazionale, nelle file del socialismo internazionale, delle organizzazioni di liberi pensatori europee ed nordamericane….si erano sottratti alle malefiche  subculture clientelari e localistiche, tutte dotate di “usi e costumi e non di virtù”, come diceva Giacomo Leopardi.

Questo esempio è fondamentale.  Esso è utile anche per comprendere quando siamo dinanzi non soltanto alle élite politiche, ma anche a quelle industriali e fianaziarie. Una classe dirigente, per essere tale, deve essere autonoma dalla società civile: è quello che io chiamo il principio di istituzionalizzazione delle classi dirigenti.

Tutto ciò non è stato, tuttavia, nella storia d’Italia. tutto ciò che è stato non è stata la realizzazione dello spirito assoluto, ma l’inveramento della sua finitezza. La finitezza del familismo amorale e dell’interesse “particulare”.

Dove esistono le associazioni economiche, dove ci sono le società naturali ( come la famiglia ), dove ci sono anche quelle che l’unico grande politologo che l’Italia ha mai avuto – il compianto Paolo Farneti – chiamava le società politiche, là dove si formano le subculture politiche, là, tra società civile e società politica, le élite debbono essere autonome dagli interessi non generali e devono trascendere il familismo amorale.

Quindi la classe dirigente è quella che rinuncia al perseguimento degli interessi particolari. Naturalmente per fare questo deve essere convinta di interpretare una missione storica. C’è una dimensione temporale nel concetto di classe dirigente, una dimensione che simbolicamente interpreta il tempo attraverso una prospettiva teleologica: si opera non per sé stessi , ma per coloro che verranno, e da ciò si trae una forza immensa.

La spinta propulsiva delle élite cosmopolite inizia ad offuscarsi allorché l’Italia contribuisce a costruire l’Europa comunitaria e abbandona quindi una prospettiva transatlantica.»

E qui si apre un intero settore analitico che affronterò presto ma non in questa sede.

Qui mi preme sottolineare come l’Italia abbia bissogno di una classe dirigente che non abbia come focus – per utilizzare un termine caro a Vilfredo Pareto –  l‘ofelimità, cioè a dire l’utilità dal punto di vista del singolo,  marcatamente intesa come utilità di carattere soggettivo, ma l’utilità della comunità nazionale.

Per “scendere” dalla bellezza dei massimi sistemi al piano dell’urgente concretezza, che la situazione del paese ci impone, mi sembra inevitabile lanciare un appello a tutti gli uomini di buona volontà affinché si coalizzino a prescindere dal credo ideologico o da considerazioni minute di appartenenza.

L’obiettivo cui tutti dobbiamo tendere – preso atto del fallimento della politica e della sua classe dirigente – è di creare oltre ad un forte associazionismo tra noi anche delle Scuole di formazione altamente qualificate che formino quella classe dirigente di cui sopra che dovrà essere il nerbo amministrativo e direttivo della Nazione a prescindere dal Governo “più o meno governante”, “più o meno stabile”, “più o meno competente” che il Paese si trova a “subire” nella circostanza data.

Va da sé, che per tutelare questa classe speciale di “Servitori  dello Stato”, occorrerà pensare ad una legislazione che ne garantisca una certa qual autonomia quantunque ovviamente nel rispetto dell’indirizzo politico del Governo in carica.

In questo senso molto abbiamo da imparare da Nazioni la cui coesione ed il buon funzionamento della macchina statale non è stato frutto del caso:  esse hanno costruito una macchina amministrativa perfettamente efficiente basata su una governance multilivello indifferente, nella sua efficacia operativa, all’alternarsi dei Governi e  e delle maggioranze parlamentari che si avvicendono nella normale dialettica di una democrazia.

Penso per esempio  alla Francia degli “enarchi” dal Colbert in poi,  con la costituzione in seguito  delle Scuole Superiori, una per tutte, la celebre e ammirata L‘Ena (Ecole Nationale d’Administration) da sempre un mito e una segreta aspirazione della nostra burocrazia. Ora L’Ena, , mette in evidenza la nuova evoluzione “europea” dell’Ecole nationale d’administration. Così, lo slogan della Scuola che da poco, e non casualmente, si è trasferita da Parigi a Strasburgo, parla chiaro: “L’Ena, Ecole Europeenne de Gouvernance”.

La grande forza dell’Ena è che non solo crea la classe dirigente del Paese, ma forma una classe dirigente pubblica che parla lo stesso linguaggio, ha la stessa identità di visione e lo stesso set di competenze. Quando si esce dall’Ena, tutti sono potenzialmente: diplomatici, consiglieri di Stato, primi ministri o direttori di grandi aziende oppure dirigenti di una amministrazione periferica. Nei 27 mesi di formazione si sviluppa una comune visione del mondo: a prescindere dall’amministrazione in cui andrà ad operare, l’allievo dell’Ena conosce già il ruolo e il modus operandi, così come conosce da dentro e con una prospettiva da responsabile, il funzionamento di tutte le altre amministrazioni.

Questo approccio avrebbe anche un altro incomparabile vantaggio per il nostro paese, soprattutto in relazione alla scarsa stabilità e fattività dei nostri Governi e delle nostre maggioranze parlamentari : gli Organismi Europei saprebbero di contare sempre su un apparato statale autorevole ed efficiente a prescindere dalle turbolenze politiche che possono scuotere il Paese.

Ne guadagneremmo non solo in autorevolezza, che fa sempre bene per un sano orgoglio patrio di comune appartenenza, ma anche in termini prettamente economici, per il vantaggio contrattuale che ne discenderebbe nelle trattative con i nostri partner Europei ed Extraeuropei e quindi sulle benefiche ricadute economiche di cui godrebbe tutto il Paese.

In quest’ottica, non è di poco conto quanto l’associazionismo nel nostro settore, in senso lato,  può portare di positivo nella formazione di questa coscienza presso la nostra classe politica e, ultimamente, mi sembra di cogliere i primi frutti, grazie  al alvoro costante di tanti illustri “colleghi” che molto si sono prodigati in questi anni per penetrare il nostro vecchio apparato pubblico un po’ borbonico e superare ataviche resistenze, introducendo il concetto Civil servants: servitori della comunità e dei cittadini; comunque, servitori della Nazione, della Repubblica italiana.

Una Pubblica Amministrazione non più prevalentemente autoritativa, ma che si concepisca anzitutto come struttura di servizio ai cittadini, alle imprese, alle comunità: quindi non al servizio del Sindaco, del Presidente o del Ministro pro-tempore. Conseguentemente pubblici amministratori e funzionari che non si considerino solo come espressione di una singola Amministrazione, ma che abbiano forte il senso della comune appartenenza ad un sistema unitario, ad un’unica Pubblica Amministrazione.

Concludo

citando l’art. 97 della Costituzione che recita:

“I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’Amministrazione” .

e quanto disse a proposito il Presidente Ciampi : « L’imparzialità comporta, innanzitutto, la distinzione tra politica ed amministrazione; distinzione che richiede, a sua volta, che gli organi di governo esercitino le funzioni loro proprie di indirizzo e di controllo, lasciando, come è doveroso, la gestione ai dirigenti amministrativi».

Ma occorre allora aprire un dibattito ed una riflessione urgente per attuare, in modo coerente con i principi costituzionali, uno “spoil system all’italiana”, che, in alcuni casi, rischia di vanificare nei fatti il presupposto stesso  della separazione fra politica ed amministrazione.
Significativamente, è stato autorevolmente auspicato – come da Sua Eminenza Cardinale Dionigi Tettamanzi che la scelta riguardi “i migliori e non i cosiddetti amici”.
Intanto, a loro, i c.d. eletti dal popolo figli del “porcellum”, impegnati continuamente  a disperdere il loro tempo con devinettes, calembours et autres jeux sur les mots d’esprit, dedico questo brano musicale………..

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