“Geopolitica delle acque. La corsa all’oro del nuovo Millennio”, il nuovo saggio del Prof. Giancarlo Elia Valori


    Un libro nato da una chiacchierata con il presidente dello Stato d’Israele, Shimon Peres

Seduto davanti alla scrivania del suo ufficio, Giancarlo Elia Valori sfoglia le pagine della sua ultima fatica. Il Professore, tra i massimi esperti mondiali di geopolitica, ha da poco ricevuto la prima copia del suo libro, edito da Rizzoli, intitolato “Geopolitica delle acque. La corsa all’oro del nuovo Millennio”. Noi abbiamo la possibilità di leggere alcuni passi del testo in anteprima, di capire come “l’oro blu” potrà mutare alleanze e scenari internazionali e quale ruolo gioca Israele in questo scacchiere. Del resto, come spiega Valori, l’idea di scrivere questo libro nasce da una chiacchierata con il presidente dello Stato d’Israele, Shimon Peres. I due si sono confrontati e, a distanza di tempo da quel colloquio, ecco stampate le riflessioni del Professore sulla geopolitica delle acque, pronte per finire tra le novità in libreria. Il 21 giugno, alle ore 17, Valori presenterà ufficialmente il suo libro al primo piano di Palazzo Wedekind in piazza Colonna. Con lui, a dibattere sugli argomenti avanzati nel testo, ci saranno Avi Pazner, Rocco Buttiglione, Paolo Savona e Stefano Folli. Modererà l’incontro Mario Sechi. In attesa di partecipare al lancio del libro, Valori svela i primi dettagli del testo.

Professor Valori, i sistemi idrici sono un asse determinante per a geopolitica vecchia e nuova. Perché?

Le reti idriche sono reti di comunicazione, di sostegno vitale alla popolazione per le acque potabili e l’igiene, sono essenziali per l’agricoltura e, last but not least, garantiscono e difendono confini strategici particolarmente significativi. L’acqua, in sostanza, determina l’equilibrio tra i fattori primari di produzione e la distribuzione demografica delle nazioni. L’acqua e la sua disponibilità sono alle fondamenta della costituzione degli Stati, come accadeva con il mito dell’imperatore cinese, che distribuiva i fiumi per il ciclo agricolo, e concedeva la protezione del cielo sulla terra tramite il suo ruolo nel “potere idrico” tradizionale cinese. O pensiamo al Reno come sistema identitario e confine politico, da sempre, della nazione tedesca. E, inoltre, la rete fluviale certifica la divisione tra aree culturali e politiche differenti. La geopolitica tradizionale, quella di Haushofer e di Mahan, per intenderci, parlava di territori e di terre del mondo in relazione agli “oceani mondiali” ma, dentro le aree terrestri, le divisioni reali erano tracciate dai grandi fiumi. Insomma, senza un’analisi dell’idropolitica è difficile comprendere ciò che accade, per dirla con un paradosso, sulla terra. Per parafrasare Mackinder, il grande geopolitico, “chi comanda le acque comanda la terra”.

Dove sono, secondo lei, i punti critici della politica delle acque contemporanea?

Anche in questo caso, con un paradosso, occorre rispondere: ovunque. Sui punti di criticità: il costo del rifornimento idrico rende universalmente a salire, soprattutto in fasi di forte urbanizzazione, come accade oggi in Cina, dove, nel 2035, almeno 35 città saranno catalogabili con la definizione di “world cities”. Inoltre, vi è qui una riedizione, altra criticità, della tensione tra sviluppo delle campagne ed espansione dell’economia industriale, che noi ancora oggi, inevitabilmente, pensiamo come uno sviluppo aggregante, urbanizzante. Si pensi, in questo caso, alla questione delle acque del bacino del Tigri e dell’Eufrate, nel dibattito tra Turchia, Iran e Iraq. Certamente le dighe previste e in costruzione sono essenziali per rendere produttive le aree agricole, e quindi sostenere l’autonomia alimentare delle popolazioni interessate, che è un problema politico essenziale per i governi, si immagini l’effetto sulle finanze di un Paese, di una spesa eccessiva per l’importazione di prodotti alimentari e il disagio politico che si svilupperebbe in aree desertificate, con la popolazione che corre dalle campagne alle città come accade oggi in Iran, per esempio. Ma senza l’energia idroelettrica generata dalle dighe e dalla gestione dei fiumi, si produce un sovra-costo per l’acquisto di energia da altre fonti, e anche qui la bilancia dei pagamenti diventerebbe strumentalmente asimmetrica. E’ il caso della Turchia che mira al sistema idroelettrico del Tigri-Eufrate, o della Cina, con la contestata costruzione della Diga delle Tre Gole sulla Yangtse. I governi oggi mirano all’idropolitica come al primo asset disponibile per diminuire la dipendenza da petrolio. Ma l’ecologia è, e diverrà sempre di più, una questione dirimente. Non solo per la salute delle popolazioni residenti e la loro autonomia alimentare, ma anche per la tutela del clima delle città e per la protezione delle acque potabili, che servono davvero a tutti.

Qual è l’idropolitica dell’Ue e quali sono i suoi “punti di caduta”?

L’indice dello stress idrico, il water exploitation index, che misura lo sfruttamento delle fonti dell’acqua, è tale da porre già in crisi idrica Belgio, Spagna, Cipro, Italia, Malta. La normativa Ue si scontra spesso, più che incontrarsi, con le normative nazionali e con quelle delle autorità di bacino, e questo rende difficile la determinazione del costo unitario delle acque “bianche! e, soprattutto, quello dello smaltimento e riutilizzo delle acque nere, storico meccanismo d riciclaggio delle organizzazioni criminali. Vi è poi in Europa la questione aggiuntiva della tutela della wildlife, che ha caratteristiche particolari in molti paesi Ue e alla questione della gestione delle acque di riflusso. Il problema, dopo le direttive Ue del ’90 e del 2000, è il rapporto verticale tra comunità locali, che spesso gestiscono le risorse idriche, multinazionali private, azione di governo dell’Unione.

Lei nel suo libro fa più volte riferimento al Medio Oriente. Qual è la questione sostanziale del rapporto idrico tra Israele e i suoi stati vicini arabi?

E’ il problema del rapporto tra fatto e diritto. Nei trattati “Oslo II” del dicembre 1995 si stabilivano quote delle risorse idriche per anni e stagioni tra le parti. Ma la demografia, soprattutto quella araba, cambia in fretta e, come diceva Arafat, “ogni figlio di palestinesi è un dito nell’occhio a Israele”. L’area dispone dello 0,9% delle risorse idriche mondiali, la popolazione raddoppia, nell’area palestinese, ogni 25 anni, Israele acquisisce risorse idriche dal National Water Carrier che prende le acque dalle falde montane della West Banks, e gestisce le risorse del la Kinneret. Uno scontro asimmetrico per le risorse idriche. La “guerra delle acque” tra lo Stato ebraico e l’Anp costa 60 milioni di dollari l’anno, il “Progetto Litani” per l’uso delle acque del fiume libanese è stato finanziato dal Kuwait con 70 milioni di dollari e, naturalmente, ha un significato politico. Assetare Israele? Probabilmente è un obiettivo della strategia panaraba. Il Golan, altro fronte “caldo”, fornisce il 30% delle acque israeliane. Una guerra idrica con altri mezzi. Se quindi lo Stato ebraico non pone mano, come ha fatto, a un progetto di desalinizzazione, come in effetti accade, l’acqua, come dice una profezia rinascimentale, diverrà fuoco. Si tratta, probabilmente, della rilettura che molti stanno facendo, a Gerusalemme, della global strategy israeliana: rimanere una “potenza terrestre”, ancorata al contrasto asimmetrico sulle retrovie desertiche dominate da quello che Lawrence d’Arabia chiamava “l’ossessione dell’arcaismo” arabo, oppure andare verso il Mediterraneo, per divenire quella media potenza che comanda il mare nostrum orientale e gli accessi verso la grande area asiatica? Risolvere tecnologicamente la “guerra delle acque” vuol dire anche questo. E pensare che fu proprio un ebreo fiorentino, emigrato in Israele agli inizi dell’avventura nazionale ebraica, a elaborare una tecnologia semplice ed evoluta per l’irrigazzione d quel deserto che Churchill aveva lasciato al “Focolare Nazionale Ebraico”.

Professore ma le guerre per l’acqua sono uno scenario possibile?

Possibile? Attuale! E’ stato calcolato che, dal 1950 al 2000, sono avvenuti ben 1831 conflitti per motivi riguardanti risorse idriche nel mondo. I punti cansi sono, come è facile immaginare, nel medio Oriente, con la gestione controversa di tigri ed Eufrate tra Turchia, Siria e Iraq, la tensione sulle acque del Giordano, gli scontri per le risorse idriche del Nilo tra Egitto, Etiopia e Suda, gli scontri per le acque del lago Aral tra Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan, per non parlare degli scontri nelle megalopoli povere sempre più scarse e inefficienti di risorse. Gli scenari per le guerre delle acque si fanno sempre più foschi, e saranno probabilmente correlati a quelli di una guerra per la terra in Africa subshariana tra popolazioni divelte dai loro luoghi tradizionali di residenza e vecchi popoli stanziali. Una riedizione dello scontro tra Caino e Abele, in fondo.

E’ possibile pensare a delle soluzioni, anche se oggi sembra utopico?

I miti alla Bertrand Russel di un “governo mondiale” hanno fatto il loro tempo. Un governo globale efficace, se fosse possibile, costerebbe molto di più di tutte le organizzazioni internazionali messe insieme, una cifra incalcolabile e colossale. Oltretutto, non esiste un criterio di conoscenza e quindi di soluzione unitaria per tutti i problemi globali, si tratta di utopie che Benedetto Croce avrebbe bollato come “illuministiche”, L’idea dell’”acqua virtuale” di Allan, che è un criterio che misura la quantità di acqua che viene consumata in un qualsiasi processo produttivo è un buon inizio. SI potrebbe calcolare una media di questi costi da “acqua nascosta” e trasferirli, almeno in parte, alle aree in fase di crisi idrica. Una sorta di “borsa dell’acqua”. Ma occorre evitare l’eccesso di finanziarizzazione al meccanismo.

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