MARIO DRAGHI. UNA GEOECONOMIA PER L’ITALIA E UNA GEOSTRATEGIA MILITARE.

Cosa ci insegnò Sigonella.

marcello lopez – geopolitical and intelligence analyst – blogger, editor & entrepreneur

Marcello Lopez – geopolitical and intelligence analyst – blogger, editor & entrepreneur

Il 26 luglio 2012, Mario Draghi pronunciò la famosa frase «Whatever it takes» che, ai suoi corifei, lo fecero e lo fanno apparire quasi alla pari di un Churchill che salvò l’Euro e l’ Europa.
Per chi volesse andare oltre la superficie, per onestà intellettuale, Churchill si trovò in perfetta solitudine a fare scelte “eroiche”.
Non fu certamente così per Mario Draghi.
Mario Draghi è un uomo di apparatchik, non un uomo di impresa, da sempre inserito saldamente nella cordata atlantica e filo angloamericana.
Né più né meno di come lo fu Renato Ruggero che, da presidente del WTO, fece entrare la Cina pur non avendone essa i requisiti, su pressione degli americani.
L’uomo è certamente determinato e di potenti ambizioni, seppure sapientemente dissimulate dalla formazione gesuita, ma è più un Richelieu che un Napoleone Bonaparte.
Non avrebbe mai formulato la famosa frase se non avesse avuto ampie assicurazioni di totale appoggio oltre atlantico.
Lo sfascio dell’eurozona sarebbe stata ed è una catastrofe non solo per l’ Europa ma anche per gli USA.
Di questo il deep state USA ne ha da sempre perfetta contezza e solo sconsiderati come Trump potevano sottovalutarne il pericolo.

Fortunatamente, quando Draghi, pronunciò quella frase c’era ancora Obama alla Presidenza e gli Stati Uniti non possono permettere che forze centrifughe portino nelle braccia di cinesi e russi alcune strategiche nazioni europee, mettendo in pericolo la stessa NATO.
Ciò detto, Mario Draghi ora, al di là delle sue indubbie capacità tecniche e dall’alto del suo prestigioso curriculum, dovrà dimostrare se una certa mai confessata resipiscenza si è fatta spazio, ex post, nei suoi ragionamenti circa le modalità scandalose delle cessioni o meglio delle svendite di stato di tanti gioielli industriali pubblici (quindi pagati dal contribuente italiano) al grido subito nell’ Euro, quando sarebbe bastato un anno di transizione dolce per fare le cose con più assennatezza.
Ma inutile, come si dice piangere sul latte versato.
Nessuno più restituirà all’Italia ciò che ha perduto in quel periodo scellerato.
Alcuni di quei protagonisti di allora già da anni recitano il mema culpa.
Ma da Mario Draghi no; mai la sua bocca ha proferito parole di resipiscenza.

Ora, coloro, come me, che assetati di meritocrazia e competenza, pur non condividendone i padrinaggi, hanno auspicato e applaudito il suo ingresso nell’arena politica italiana fatta di tori e matador completamente impazziti, hanno assistito basiti all’ applicazione da parte del professor Draghi dei riti peggiori del manuale Cencelli, e si chiedono non solo se l’uomo è veramente cambiato ma se sia all’altezza della reputazione che l’accompagna.
Lo si aspetta al varco sugli investimenti stranieri.
In poche parole si vedrà se Mario Draghi intenderà attirare in modo virtuoso e win/win gli investimenti stranieri, nel senso di creare importanti hub italici di ricerca e sviluppo che abbiano quindi un effetto di incubatori tecnologici e di moltiplicatori di imprese italiane e che pertanto, a loro volta, attrarranno capitali stranieri oppure ritorneremo al vecchio spartito di risanare le imprese italiane con i soldi del recovery fund per poi rivenderle, una volta sanate, a prezzo di favore a gruppi e potenze straniere.


DIFESA PREVENTIVA E SICUREZZA NAZIONALE

I Governi Italiani, dal dopoguerra in poi, hanno sempre vissuto il combinato disposto degli artt. 11 e 10 comma 1 Cost. come un limite costituzionale alla guerra preventiva all’insegna di un pacifismo un po’ peloso e, consentitemi, un po’ vigliacchetto che non ci fa onore.
Ma non può essere che l’ottava potenza mondiale abbia ancora una concezione così arcaica dei rapporti di forza militari trascinandosi retaggi interpretativi post bellici vecchi di ottant’anni, in un mondo completamente cambiato.
L’ordinamento italiano è ormai subordinato alle norme di diritto internazionale consuetudinarie, ritenute erga omnes e alle norme provenienti da quegli organi a cui l’Italia ha deciso di cedere parte della propria sovranità, come le istituzioni europee.
Questo ha fatto sì che il quadro normativo generale si allontanasse, senza forse, da alcuni principi costituzionali, come quelli sanciti dagli artt. 11 e 10 comma 1 Cost.
L’Italia, dopo aver partecipato a una guerra di aggressione portata avanti dall’Asse durante la II Guerra Mondiale, ha dovuto riguadagnare fiducia sullo scenario internazionale ed europeo, per cui è stata costretta, in qualche modo, ad adeguarsi alle scelte fatte dai paesi occidentali, dopo essere riuscita ad aderire a ONU e NATO.
L’art. 42 della Carta dell’ONU, riprendendo quanto sancito dall’art.1 comma 1 della stessa Carta, prescrive l’obbligo di “prendere efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le altre violazioni della pace”.
Anche l’Unione europea, come sancito dal Trattato sull’Unione europea all’articolo 10 A comma 2, attua politiche al fine di “preservare la pace, prevenire i conflitti e rafforzare la sicurezza internazionale, conformemente agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite, nonché ai principi dell’Atto finale di Helsinki e agli obiettivi della Carta di Parigi, compresi quelli relativi alle frontiere esterne”.

In tal senso, nel 2016 l’Italia ha adottato una nuova disciplina riguardante la partecipazione dell’Italia a missioni internazionali.
La legge n. 145 del 2016 (detta anche “legge quadro sulle missioni internazionali”), novellata poi dall’art. 6 del decreto legge n. 148 del 2017, ha cercato di colmare il vuoto normativo rappresentato dall’assenza di una normativa di carattere generale riguardante le missioni internazionali.
Una parte della dottrina giuridica sostiene che è riduttivo affermare che l’art.11 Cost. esprima il solo ripudio alla guerra, peraltro letto in modo errato.
Al contrario, si afferma che il ripudio alla guerra debba essere considerato nel contesto di tutti i valori espressi dall’art. 11 Cost., che non si limitano alla sola pace, in quanto comprendenti anche la sicurezza.
Sempre secondo parte della dottrina inoltre, l’art. 11 Cost. vieta solo la guerra offensiva; infatti nel concreto, alcune organizzazioni di cui l’Italia fa parte non solo perseguono la pace ma garantiscono la sicurezza internazionale, anche attraverso l’uso della forza, in alcuni casi con attività preventiva.

RILEVANZA STRATEGICA E RICADUTE PRATICHE DEL RAFFORZAMENTO DELL’ APPARATO MILITARE ITALIANO.

L’ Italia, che piaccia o no, deve scontare un abisso di incapacità tattica e militare plurisecolare ed è ora di affrontare questo tema senza tabù pseudo pacifisti o da eterni Peter Pan in tutto e per tutto dipendenti dallo zio Sam.
Senza entrare nell’analisi storica militare dall’ unità d’ Italia, nella quale svetta un solo grande patriota come abile e grande condottiero militare ovverosia Giuseppe Garibaldi, la storia militare degli ultimi secoli è costellata di disfatte militari umilianti – riscattate solo in parte da operazioni eroiche di singoli reparti o militari – ma soprattutto, e spiace dirlo, di classi dirigenti di voltagabbana senza onore.
Il rinnovamento del settore Difesa italico deve cominciare da due elementi: la selezione delle gerarchie militari e massicci investimenti nel settore.
Sulla cooptazione politica delle gerachie miliatari poco incline al vaglio dei curricula ma attentissima alla fedeltà correntizia, tanto si sa e si è scritto che non mi dilungo.
Altrettanto è noto come il budget statale destinato alla Difesa italiana è l’eterna cenerentola nel pensiero dei partiti e dei suoi leader.

Ed invece dovrebbe essere il perno per due operazioni importantisssime che un vero leader politico, che tale si ritenesse, dovrebbe mettere in campo.
1. Riportare il focus sul reclutamento, sul potenziamento degli armamenti e sul rafforzamento tecnologico delle nostre Forze Armate.
Ciò avrà, come accade sempre, notevoli ricadute anche sull’industria civile e sull’accelerazione dello sviluppo tecnologico delle stesse anche per usi civili e conseguentemente sul PIL nazionale.
2. Posto mano al punto 1. occorre riconfigurare, con coraggio e visione, tutta la timida strategia geopolitica militare condotta fino ad oggi, se mai c’è stata, e riportare l’ottava potenza industriale del mondo ad una presenza militare, perlomeno nelle sue aree storiche di influenza – segnatamente Libia e Corno d’Africa – al livello di una media potenza regionale quale è l’Italia.
Tutto ciò rafforzerà l’autorevolezza dell’Italia in tutte le sedi internazionali con ripercussioni anche negli accordi commerciali internazionali e quindi indirettamente a vantaggio di tutto il nostro Sistema Nazione.
Ovvio che per portare avanti una programma con una visione certamente ambiziosa ma realizzabile occorrerebbero dei leader politici in grado di esercitare una premiership altamente autorevole e condivisa.

IL PRESIDENTE USA RONALD REAGAN E IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO ITALIANO BETTINO CRAXI

Purtroppo, ora, il mio sguardo non ne scorge l’ombra in Italia.
L’ultimo che mi ricordo, con i suoi pregi e difetti, fu Bettino Craxi, l’ultimo premier italiano che tentò di smarcarsi, almeno parzialmente, da “tutori” esteri e dispiegare una politica estera nazionale, pur nel quadro delle tradizionali alleanze.
Tuttavia Draghi potrebbe preparare una buona semina affinché un nuovo leader e premier finalmente ispirato ne colga i frutti.

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