Economists Call on Congress to Mitigate Fallout from Ruling on Argentine Debt


by Admin Marcello Lopez

By Admin Marcello Lopez      

 Dunque vediamo un po’. Abbiamo una Nazione, gli USA in grado ( ancora per poco)  di imporre una moneta – il dollaro che è carta straccia perché non ha corrispondenza con alcun sottostante, a moltissime Nazioni più deboli, permettendosi di acquistare e di elargire prestiti in virtù di una ricchezza che non possiede.

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Da questi Paesi però, si pretendono rigorose politiche di bilancio e l’agganciamento delle proprie valute “sovrane” al valore del Dollaro USA che è artificialmente determinato ad usum Delphini .  

Infatti, dal 1931,dopo la Grande Depressione del 1929,  le grandi nazioni dell’epoca, decisero di sospendere il Gold standard.  Con gli accordi di Bretton Woods del 1944, Il sistema aureo fu sostituito in pratica con un sistema ibrido il gold exchange standard, basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all’oroIl 15 agosto 1971, qualsiasi convertibilità del dollaro USA in Oro fu abolita per via dell’enorme deficit creato dalle spese per la guerra del Vietnam alle casse degli Stati Uniti.

Le riserve statunitensi si stavano pericolosamente assottigliando: il Tesoro degli USA aveva già erogato oltre 12.000 tonnellate di oro. Nella gestione del Fondo monetario internazionale erano già operativi i Diritti Speciali di Prelievo con un valore puramente convenzionale di un diritto speciale di prelievo per un dollaro.

Nel dicembre del 1971 il Gruppo dei Dieci firmò lo Smithsonian Agreement, che mise fine agli accordi di Bretton Woods, svalutando il dollaro e dando inizio alla fluttuazione dei cambi.

Nel febbraio del 1973 ogni legame tra dollaro e monete estere venne definitivamente reciso e lo standard aureo fu quindi sostituito dal più naturale sistema di cambi flessibili.

Insomma fu creata una “fiat money”, una moneta fiduciaria, protetta politicamente dalla concorrenza (attraverso il corso legale, che dà monopolio di emissione a una sola banca centrale, ndr) il cui valore è sganciato da ogni bene fisico.

Ciononostante gli USA, liberatisi del pericolo sul proprio debito determinato dai cambi fissi con i 43 alleati e dalla convertibilità aurea, ha gradualmente ripristinato il sistema dei cambi fissi con numerosi Paesi in Via di Sviluppo.

In buona sostanza, il sistema di cambi fissi che gli USA cercano da decenni con successo d’imporre agli altri Stati, anche tramite le istituzioni create con questi accordi determina la perdita di sovranità monetaria, portando gli Stati a delegare di fatto ogni potere di regolazione finanziaria dell’economia e della spesa pubblica in generale, tramite ad esempio svalutazioni competitive o politiche fiscali, al governo della moneta di riferimento, ossia il dollaro.

In pratica il sistema dei cambi fissi vincola le decisioni politiche ed economiche dei paesi che lo accettano.

Però, guarda caso, alla completa libertà di emissione – il free banking – della Fed non fa da contraltare altrettanta libertà da parte della BCE.

L’idea che il ‘quantitative easing’ annunciato da Draghi possa avere successo contro la deflazione si scontra con i limiti nei meccanismi di trasmissione della politica monetaria che lo stesso ultimo Rapporto Annuale della BCE ha evidenziato, così come con i vincoli statutari posti alla BCE ad una monetizzazione del debito pubblico nell’eurozona – vincoli che certo limiterebbero l’acquisto di titoli pubblici rispetto a quanto fatto ad esempio dalla Federal Reserve.  Inoltre, essa si scontra con l’idea espressa con forza nel Rapporto della BCE  che la strada per consolidare la ripresa economica debba essere quella di “strategie fiscali” in linea con il fiscal compact, e di riforme del mercato del lavoro e dei prodotti tali da “rafforzare la competitività, incrementare la crescita potenziale, [e] creare opportunità di occupazione”.

Leggendo il Rapporto Annuale della BCE il lettore rimane in effetti colpito dal dal fatto che non vi si trova alcun accenno al surplus eccessivo della bilancia commerciale tedesca che ha allertato gli Stati Uniti e la stessa Commissione europea. La questione non è ovviamente di poco conto, perché molte difficoltà in Europa sono legate proprio al rifiuto tedesco, come già altre volte nella sua storia, di operare da locomotiva della crescita, condannando così l’Europa a tassi di crescita minori di quelli potenzialmente raggiungibili. E tale rifiuto riflette non solo la convinzione tedesca che il riequilibrio delle bilance dei pagamenti debba effettuarsi attraverso la compressione della domanda nei paesi in disavanzo, e non anche tramite l’espansione nei paesi in avanzo, ma un definito modello di specializzazione produttiva perseguito nel tempo ed esteso progressivamente in Europa anche grazie alla perdita del controllo sui tassi di cambio da parte di altri paesi manifatturieri europei tra cui l’Italia.

Quei surplus commerciali hanno d’altra parte come contraltare un crescente peso politico e finanziario tedescotramite il finanziamento diretto o indiretto dei paesi in deficit con la Germania e l’acquisizione di attività all’estero.

Insomma, Signori, le Nazioni forti, Stati Uniti, Germania e Cina in primis, sganciata la propria moneta sovrana da ogni sottostante ( l’ Euro consideriamolo Germanico )come per esempio le riserve auree, la usano come una clava per attuare la loro politica predatoria nei confronti delle nazioni più deboli, costringendole a vendere i loro assets più pregiati e non solo, per ripagare debiti agganciati al valore artatamente creato delle loro valute.

Da queste considerazioni, ormai non più controvertibili, discende la lettera c.d. dei Cento Economisti a difesa delle ragioni dell’Argentina che spiegano che la sentenza «e in particolare l’ingiuzione che attualmente blocca i pagamenti dell’Argentina al 93 per cento dei detentori di bond del Paese – potrebbe causare un danno inutile alla finanza mondiale, come anche agli interessi americani, all’Argentina e ai 15 anni di politiche americane di alleggerimento bipartisan del debito».

«È opinione largamente condivisa fra gli economisti che il tentativo di costringere l’Argentina al default che nessuno – né il debitore né il 90 per cento dei creditori – vuole, è sbagliato e dannoso» dice Mark Weisbrot, economista e codirettore del Center for Economic and Policy Research, che ha fatto circolare la lettera.

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Decision “could cause unnecessary economic damage to theinternational financial system”

Washington, D.C.– Over 100 economists, including Nobel laureate Robert Solow, Branko Milanovic and Dani Rodrik called on Congress today to take action to mitigate the harmful fallout from the recent ruling by Judge Griesa of the U.S. District Court for the Southern District of New York that requires Argentina to pay holdout creditors at the same time as the majority of creditors. The letter warns that “The District Court’s decision – and especially its injunction that is currently blocking Argentina from making payments to 93 percent of its foreign bondholders — could cause unnecessary economic damage to the international financial system, as well as to U.S. economic interests, Argentina, and fifteen years of U.S. bi-partisan debt relief policy.” “It’s a widely shared opinion among economists that the court’s attempt to force Argentina into a default that nobody – not the debtor nor more than 90 percent of creditors – wants, is wrong and damaging,” said Mark Weisbrot, economist and Co-Director of the Center for Economic and Policy Research, who helped circulate the letter. The letter warns that Griesa’s decision could “torpedo an existing agreement with those bondholders who chose to negotiate.” It also cautions that, since sovereign governments do not have the option of declaring bankruptcy, “the court’s ruling would severely hamper the ability of creditors and debtors to conclude an orderly restructuring should a sovereign debt crisis occur. This could have a significant negative impact on the functioning of international financial markets, as the International Monetary Fund has repeatedly warned.“ The court’s decision “creates a moral hazard,” the economists write, since investors will be allowed “to obtain full repayment, no matter how risky the initial investment.”

The full letter appears below:

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July 31, 2014 Dear Member of Congress, We note with concern the recent developments in the court case of Argentina vs. NML Capital, etc. The District Court’s decision – and especially its injunction that is currently blocking Argentina from making payments to 93 percent of its foreign bondholders — could cause unnecessary economic damage to the international financial system, as well as to U.S. economic interests, Argentina, and fifteen years of U.S. bi-partisan debt relief policy. We urge you to act now and seek legislative solutions to mitigate the harmful impact of the court’s ruling. For various reasons, governments sometimes find themselves in situations where they cannot continue to service their sovereign debt. This was Argentina’s situation at the end of 2001. After years of negotiations, Argentina reached a restructuring agreement with 93 percent of the defaulted bondholders, and has made all agreed-upon payments to them. The court’s decision that Argentina cannot continue to pay the holders of the restructured bonds unless it first pays the plaintiffs mean that any “holdout” creditor can torpedo an existing agreement with those bondholders who chose to negotiate. While individuals and corporations are granted the protection of bankruptcy law, no such mechanism exists for sovereign governments. As such, the court’s ruling would severely hamper the ability of creditors and debtors to conclude an orderly restructuring should a sovereign debt crisis occur. This could have a significant negative impact on the functioning of international financial markets, as the International Monetary Fund has repeatedly warned. Those who invested in Argentine bonds were compensated with high interest rates, to mitigate the risk of default. There are inherent risks when investing in sovereign bonds, but the court’s ruling creates a moral hazard, by allowing investors to obtain full repayment, no matter how risky the initial investment. The plaintiffs in the case purchased Argentine bonds on the secondary market after default, often for less than 20 cents on the dollar. While these actors could have accepted the restructuring and still made a very large profit, they instead have fought a decade-long legal battle, seeking exorbitant profits in excess of 1,000 percent and creating financial uncertainty along the way. The recent developments will also directly impact the United States and its status as a financial center of the world economy. While much of the developing world’s debt is issued under the jurisdiction of New York law and utilizing New York-based financial institutions, the court’s ruling will make it more likely for sovereign governments to seek alternate locations to issue debt. Britain and Belgium, for example, have already passed legislation aimed at preventing this type of behavior from “holdout” creditors. In addition, the court has put restrictions on New York banks, preventing them from distributing regularly scheduled interest payments to holders of the restructured bonds. Already, banks have faced lawsuits from investors, creating greater uncertainty for U.S.-based financial institutions. Argentina has expressed a willingness to negotiate, and has recently reached agreements with the Paris Club as well as claims by international investors. We hope that you will look for legislative solutions to prevent this court decision, or similar rulings, from causing unnecessary harm. Sincerely, Robert Solow, Nobel laureate in Economics, 1987, MIT Professor of Economics, emeritus Dani Rodrik, Albert O. Hirschman Professor in the school of Social Sciences at the Institute for Advanced Study in Princeton, New Jersey Branko Milanovic, Luxembourg Income Study Center, the Graduate Center CUNY,  former Lead Economist in the World Bank’s research department Andrew Allimadi, United Nations, Department of Economics and Social Affairs Gar Alperovitz, University of Maryland Eileen Applebaum, Center for Economic and Policy Research Mariano Arana, Universidad Nacional de General Sarmiento Leonardo Asta, Università degli Studi di Padova Venkatesh Athreya, Bharathidasan University Dean Baker, Center for Economic and Policy Research William Barclay, Chicago Political Economy Group Jairo Alonso Bautista, Universidad Santo Tomas Gunseli Berik, University of Utah Alexandra Bernasek, Colorado State University Cyrus Bina, University of Minnesota (Morris Campus) Josh Bivens, Economic Policy Institute Peter Bohmer, The Evergreen State College Korkut Boratav, Turkish Social Science Association Elissa Braunstein, Colorado State University Jorge BUZAGLO, University of Goteburg Jim Campen, Americans for Fairness in Lending Carlos A. Carrasco, University of the Basque Country Sergio Cesaratto, University of Siena Kyung-Sup Chang, Seoul National University Kimberly Christensen, SUNY/Purchase College Michael Cohen, New School for Social Research Brendan Cushing – Daniels, Gettysburg College Omar Dahi, Hampshire College Carlo D’Ippoliti, University of Rome Peter Dorman, Evergreen State College Amitava Dutt, University of Notre Dame Dirk Ehnts, University of Oldenburg Gerald Epstein, University of Massachusetts, Amherst Susan Ettner, University of California, Los Angeles Jeffrey Faux, Economic Policy Institute Massoud Fazeli, Hofstra University Andrew Fischer, International Institute of Social Studies Jeffrey Frankel, Harvard Kennedy School Roberto Frenkel, CEDES Argentina Kevin Gallagher, Boston University Chris Georges, Hamilton College Reza Ghorashi, Richard Stockton College Jayati Ghosh, JNU New Delhi and Ideas David Gold, New School University Neva Goodwin, Tufts University María Florencia Granato, Corporación Andina de Fomento Martin Hart-Landsberg, Lewis and Clark Conrad Herold, Hofstra University P. Sai-wing Ho, University of Denver Andreas Hoth Gustavo Indart, University of Toronto Joseph Joyce, Wellesley College J K Kapler, University of Massachusetts Boston Martin Khor, South Centre Gabriele Koehler Andrew Kohen, James Madison University Nikoi Kote-Nikoi Pramila Krishnan, University of Cambridge David Legge, La Trobe University Henry Levin, Columbia University Mah hui Lim, South Centre Rodrigo Lopez-Pablos Robert Lynch, Washington College Arthur MacEwan, University of Massachusetts Boston Jeff Madrick, The Century Foundation Cheryl Maranto, Marquette University Ann Markusen, University of Minnesota Julie Mattahei, Wellesley College Kathleen McAfee, San Fransisco State University Elaine McCrate, University of Vermont Hannah McKinney, Kalamazoo College Thomas Michl, Colgate University William Milberg, New School for Social Research Larry Mishel, Economic Policy Institute Mritiunjoy Mohanty, Indian Institute of Management Nicolás Moncaut Tracy Mott, University of Denver Michael Murray, Bates College Luiz M Niemeyer, Pontifical Catholic University of São Paulo Machiko Nissanke, SOAS University of London Manfred Nitsch, Free University of Berlin Jose Antonio Ocampo, Columbia University Carlos Oya, University of London Marco Palacios, El Colegio de México Antonella Palumbo, Roma Tre University Dimitri B. Papadimitriou, Levy Economics Institute of Bard College Mark Paul, University of Massachusetts Amherst Lorenzo Pellegrini, International Institute of Social Studies Lucia Pittaluga Fonseca, Universidad de la República (Uruguay) Renee Prendergast, Queen’s University- Belfast Mark Price, Keystone Research Center Alicia Puyana, Facultad Latinoamercana de Ciencias Sociales Charles Revier, Colorado State University Joseph Ricciardi, Babson College Malcolm Robinson, Thomas More College Leopoldo Rodriguez, Portland State University John Roemer, Yale University David Rosnick, Center for Economic and Policy Research Antonio Savoia, University of Manchester John Schmitt, Center for Economic and Policy Research Stepphanie Seguino, University of Vermont Anwar Shaikh, New School for Social Research Kannan Srinivasan James Stanfield Eduardo Strachman William K. Tabb, Queens College Ezequiel Tacsir, United Nations University Philipp Temme, Free University of Berlin Frank Thompson, University of Michigan Chris Tilly, University of California, Los Angeles Mario Tonveronachi, University of Siena Lawal Tosin Chiwuike Uba, African Heritage Institution Bunu Goso Umara Leanne Ussher, Queens College, CUNY Rolph van der Hoeven, International Institute of Social Studies Irene van Staveren, International Institute of Social Studies Matías Vernengo, Bucknell University David Weiman, Barnard College Mark Weisbrot, Center for Economic and Policy Research Thomas Weisskopf, University of Michigan John Willoughby, American University Yavuz Yasar, University of Denver A. Erinc Yeldan, Yasar University Erhan Yildirim, Cukurova University Ben Zipperer, University of Massachusetts, Amherst

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