NOMI E COGNOMI : I TERMINATORS ITALIANI DEI MIGLIORI ASSETS PUBBLICI E STRATEGICI NAZIONALI, A COMINCIARE DA TELECOM


ECONOMIC HIT MAN: PROTAGONISTI, CARETTERISTI, FIGURANTI E SEMPLICI APPROFITTATORI.

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Telecom

by Admin Marcello Lopez

by Admin Marcello Lopez

(ANSA)

20 novembre 2013

Le vicende di Telecom Italia, ormai da qualche mese, alimentano le cronache economiche e finanziarie: dall’accordo tra i maggiori azionisti di Telco (la cassaforte di controllo del gruppo) all’uscita di scena del presidente operativo Franco Bernabé, fino allo scontro con l’azionista di minoranza Marco Fossati che culminerà nell’assemblea convocata pochi giorni prima di Natale. E molto è stato scritto anche sulle scelte e sulle responsabilità degli azionisti di controllo che, a partire dalla privatizzazione, hanno guidato la società: dal ristretto gruppo che ruotava intorno agli Agnelli, passando dai capitani coraggiosi che avevano come riferimento Roberto Colaninno e arrivando alla gestione più recente di Marco Tronchetti Provera. Molto è stato scritto e, almeno in questa occasione, non è il caso di aggiungere una parola in più.

E’ opportuno invece, 15 anni dopo la privatizzazione, un bilancio degli effetti che ha avuto.

Il punto di partenza è una notizia finora mai pubblicata.

Proprio poco prima della privatizzazione, l’allora numero uno del gruppo Stet, Ernesto Pascale, stava studiando un dossier impegnativo:

l’operazione Spagna,

cioè l’entrata in forze sul mercato spagnolo puntando direttamente a Telefonica.

All’epoca Stet e la controllata Telecom erano il gruppo delle telecomunicazioni che aveva saputo crescere di più sui mercati internazionali, mentre la società spagnola era una compagnia di tutto rispetto ma di rilevanza più che altro regionale.

Non solo. Un altro progetto ambizioso venne messo all’ordine del giorno, come recentemente ha ricostruito lallora amministratore delegato di Tim, Vito Gamberale, in una lectio magistralis sulle telecomunicazioni in Italia tenuta per l’università di Roma.

Tim era leader sui mercati internazionali, con tecnologie innovative e in forte sviluppo grazie al lancio nel dicembre 1996 delle carte prepagate. Vodafone era un gruppo nascente. Così, in collaborazione con il colosso svizzero Ubs, venne messo a punto il piano per una offerta pubblica parziale di Tim su Vodafone. Entrambe le operazioni furono poi archiviate perché era in arrivo la privatizzazione.
 

Quindici anni dopo le parti si sono clamorosamente invertite.

I progetti di crescita internazionale di Telecom sono sfumati e, dopo la vendita delle attività in Argentina, è rimasta soltanto la controllata in Brasile, profittevole ma del tutto isolata. E non è detto che non sia in arrivo un’altra dismissione, che servirà a fare cassa e a far brindare Telefonica che, proprio in Brasile, è la principale concorrente nella telefonia mobile. E anche Vodafone ha scalato la classifica della telefonia cellulare nel mondo arrivando alle prime posizioni.

Nel frattempo Telecom Italia è crollata fino ad una capitalizzazione che oggi supera di poco i 9 miliardi di euro confermando le previsioni che qualche anno fa

Pascale, poche settimane prima di morire, faceva ai fedelissimi del passato: “Era un gioiello, una macchina da soldi, e per distruggerla ci vorrà tempo. Ma ci riusciranno”.

Peccato, perché le telecomunicazioni, insieme all’energia e alle infrastrutture per il trasporto, rappresentano la spina dorsale dell’economia industriale di ogni paese industrializzato. La Stet, per lungo tempo e insieme ad altri due gruppi pubblici, l’Eni e l’Enel, ha rappresentato l’asse portante della politica industriale del Paese, assicurando investimenti di rilevante portata. Negli anni Novanta hanno oscillato intorno a 4-5 miliardi l’anno, funzionando da propellente per l’intero sistema e dando lavoro all’indotto della piccola e piccolissima impresa.

Sarebbero stati ancora di più se un grande progetto non fosse rimasto sulla carta:

IL PROGETTO SOCRATE

Si chiamava Progetto SOCRATE (acronimo di Sviluppo Ottico Coassiale Rete Accesso TElecom) per la realizzazione di una rete cablata a banda larga, che avrebbe dovuto coprire tutte le abitazioni italiane. Partito ufficialmente nel 1995 fu bloccato nel ’97, quando il servizio aveva già raggiunto circa un milione e mezzo di abitazioni. I grandi quotidiani “indipendenti”, dietro i quali si celavano e si celano ancora imprese, banche e società finanziarie portatatrici di conflitti d’interessi, attaccarono i vertici dell’epoca della finanziaria STET e della stessa Telecom, perché secondo le loro analisi strumentali i costi erano eccessivi (13 mila miliardi di lire, gli attuali 6,5 miliardi di euro, di cui 5 mila miliardi di lire già investiti) e non prevedevano un mercato privato tale da coprire l’investimento.

Il progetto fu così abbandonato, parte della rete fu acquistata da Fastweb.

Sì è esatto ! Stiamo parlando proprio di ciò che, in questi giorni, rappresenta la priorità dell’agenda digitale voluta dal Presidente del consiglio, Enrico Letta, solo che semplicemente abbiamo perso quasi vent’anni sulla concorrenza straniera.

Il progetto, che prevedeva di cablare in tre anni metà dei comuni italiani e avrebbe dato una spinta formidabile allo sviluppo di servizi ad alto valore aggiunto, venne archiviato, travolto dalle polemiche contro i boiardi di Stato. Così come, nell’ultima decina d’anni, è tramontato il sogno della internazionalizzazione di Telecom. La rete estera era stata costruita nella seconda metà degli anni Novanta, con presenze importanti in America latina (Brasile, Equador, Argentina), Europa (Francia, Austria, Serbia, Olanda, Grecia, Irlanda) e perfino nel Far East (India).

Ora, dopo lo smantellamento, rimane soltanto il Brasile. E, probabilmente, non per molto tempo.

ASSASSINI E COMPLICI

ANTEFATTO

Con l’uragano di “Tangentopoli” gli italiani credettero che potesse iniziare un periodo migliore per l’Italia. Ma in segreto, il governo stava attuando politiche che avrebbero peggiorato il futuro del paese. Numerose aziende saranno svendute, persino la Banca d’Italia sarà messa in vendita.

La svendita venne chiamata “privatizzazione”.

Il 1992 fu un anno di allarme e di segretezza. L’allora Ministro degli Interni Vincenzo Scotti, il 16 marzo, lanciò un allarme a tutti i prefetti, temendo una serie di attacchi contro la democrazia italiana. Gli attacchi previsti da Scotti erano eventi come l’uccisione di politici o il rapimento del presidente della Repubblica. Gli attacchi ci furono, e andarono a buon fine, ma non si trattò degli eventi previsti dal Ministro degli Interni. L’attacco alla democrazia fu assai più nascosto e destabilizzante.

Nel maggio del 1992, Giovanni Falcone venne ucciso dalla mafia. Egli stava indagando sui flussi di denaro sporco, e la pista stava portando a risultati che potevano collegare la mafia ad importanti circuiti finanziari internazionali. Falcone aveva anche scoperto che alcuni personaggi prestigiosi di Palermo erano affiliati ad alcune logge massoniche di rito scozzese, a cui appartenevano anche diversi mafiosi, ad esempio Giovanni Lo Cascio. La pista delle logge correva parallela a quella dei circuiti finanziari, e avrebbe portato a risultati certi, se Falcone non fosse stato ucciso.

Le sue indagini passarono a Borsellino, che venne assassinato due mesi dopo.

Come segnalò il presidente del Senato Giovanni Spadolini, c’era in atto un’operazione su larga scala per distruggere la democrazia italiana: “Il fine della criminalità mafiosa sembra essere identico a quello del terrorismo nella fase più acuta della stagione degli anni di piombo: travolgere lo stato democratico nel nostro paese. L’obiettivo è sempre lo stesso:  delegittimare lo Stato, rompere il circuito di fiducia tra cittadini e potere democratico…se poi noi scorgiamo – e ne abbiamo il diritto – qualche collegamento internazionale intorno alla sfida mafia più terrorismo, allora ci domandiamo: ma forse si rinnovano gli scenari di dodici-undici anni fa? Le minacce dei centri di cospirazione affaristico-politica come la P2 sono permanenti nella vita democratica italiana. E c’è un filone piduista che sopravvive, non sappiamo con quanti altri. Mafia e P2 sono congiunte fin dalle origini, fin dalla vicenda Sindona“.[1]
Anni dopo, l’ex ministro Scotti confesserà a Cirino Pomicino: “Tutto nacque da una comunicazione riservata fattami dal capo della polizia Parisi che, sulla base di un lavoro di intelligence svolto dal Sisde e supportato da informazioni confidenziali, parlava di riunioni internazionali nelle quali sarebbero state decise azioni destabilizzanti sia con attentati mafiosi sia con indagini giudiziarie nei confronti dei leaders dei partiti di governo”.

Una delle riunioni di cui parlava Scotti si svolse il 2 giugno del 1992, sul panfilo Britannia, in navigazione lungo le coste siciliane. Sul panfilo c’erano alcuni appartenenti all’élite di potere anglo-americana, come i reali britannici e i grandi banchieri delle banche a cui si rivolgerà il governo italiano durante la fase delle privatizzazioni (Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers).

In quella riunione si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d’Italia, e come far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, come Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell’Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell’Iri Riccardo Galli. Gli intrighi decisi sulla Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, fra le quali c’erano la Buitoni, la Locatelli, la Negroni, la Ferrarelle, la Perugina e la Galbani.


La stampa martellava su “Mani pulite”, facendo intendere che da quell’evento sarebbero derivati grandi cambiamenti.
Nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato. Si trattava di un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell’Italia. Infatti, Amato, per iniziare le privatizzazioni, si affrettò a consultare il centro del potere finanziario internazionale: le tre grandi banche di Wall Street, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers.

Appena salito al potere, Amato trasformò gli Enti statali in Società per Azioni, valendosi del decreto Legge 386/1991, in modo tale che l’élite finanziaria li potesse controllare, e in seguito rilevare.

La sostanziale cessione della Banca d’Italia si attuò per mezzo della privatizzazione delle banche di credito pubblico come la Banca Commerciale Italiana, il Banco di Roma, la Banca Nazionale del Lavoro e il Credito Italiano, con le loro quote di proprietà della Banca d’Italia.

L’inizio fu concertato dal Fondo Monetario Internazionale, che, come aveva fatto in altri paesi, voleva privatizzare selvaggiamente e svalutare  la nostra moneta, per agevolare il dominio economico-finanziario dell’élite. L’incarico di far crollare l’economia italiana venne dato a George Soros, un cittadino americano che tramite informazioni ricevute dai Rothschild, con la complicità di alcune autorità italiane, riuscì a far crollare la nostra moneta e le azioni di molte aziende italiane.

Soros ebbe l’incarico, da parte dei banchieri anglo-americani, di attuare una serie di speculazioni, efficaci grazie alle informazioni che egli riceveva dall’élite finanziaria. Egli fece attacchi speculativi degli hedge funds per far crollare la lira. A causa di questi attacchi, il 5 novembre del 1993 la lira perse il 30% del suo valore, e anche negli anni successivi subì svalutazioni.

George Soros

George Soros

Le reti della Banca Rothschild, attraverso il direttore Richard Katz, misero le mani sull’Eni, che venne svenduta. Il gruppo Rothschild ebbe un ruolo preminente anche sulle altre privatizzazioni, compresa quella della Banca d’Italia. C’erano stretti legami fra il Quantum Fund di George Soros e i Rothschild. Ma anche numerosi altri membri dell’élite finanziaria anglo-americana, come Alfred Hartmann e Georges C. Karlweis, furono coinvolti nei processi di privatizzazione delle aziende e della Banca d’Italia.
La Rothschild Italia Spa, filiale di Milano della Rothschild & Sons di Londra,venne creata nel 1989, sotto la direzione di Richard Katz. Quest’ultimo diventò direttore del Quantum Fund di Soros nel periodo delle speculazioni a danno della lira. Soros era stato incaricato dai Rothschild di attuare una serie di speculazioni contro la sterlina, il marco e la lira, per destabilizzare il sistema Monetario Europeo. Sempre per conto degli stessi committenti, egli fece diverse speculazioni contro le monete di alcuni paesi asiatici, come l’Indonesia e la Malesia

In seguito, i Rothschild, fedeli al loro modo di fare, cercarono di far cadere la responsabilità del crollo economico italiano su qualcun altro. Attraverso una serie di articoli pubblicati sul Financial Times, accusarono la Germania, sostenendo che la Bundesbank aveva attuato operazioni di aggiotaggio contro la lira. L’accusa non reggeva, perché i vantaggi del crollo della lira e della svendita delle imprese italiane andarono agli anglo-americani.

Bullingdon Club. In the photo taken in 1992, there are eight famous faces: (1) George Osborne, now the Shadow Chancellor; (2) writer Harry Mount, the heir to the Baronetcy of Wasing and Mr. Cameron’s cousin; (3) Chris Coleridge, the descendant of Samuel Taylor Coleridge, the son of Lloyds’ chairman David Coleridge, the brother of Conde Nast managing director Nicholas Coleridge (4) German aristocrat and managing consultant Baron Lupus von Maltzahn, (5) the late Mark Petre, the heir to the Barony of Petre; (6) Australian millionaire Peter Holmes a Cour; ***(7) Nat Rothschild, the heir to the Barons Rothschilds and co-founder of a racy student paper with Harry Mount (8) Jason Gissing, the chairman of Ocado supermarkets.

Bullingdon Club. In the photo taken in 1992, there are eight famous faces:
(1) George Osborne, now the Shadow Chancellor;
(2) writer Harry Mount, the heir to the Baronetcy of Wasing and Mr. Cameron’s cousin; (3) Chris Coleridge, the descendant of Samuel Taylor Coleridge, the son of Lloyds’ chairman David Coleridge, the brother of Conde Nast managing director Nicholas Coleridge
(4) German aristocrat and managing consultant Baron Lupus von Maltzahn, (5) the late Mark Petre, the heir to the Barony of Petre;
(6) Australian millionaire Peter Holmes a Cour;
***(7) Nat Rothschild, the heir to the Barons Rothschilds and co-founder of a racy student paper with Harry Mount
(8) Jason Gissing, the chairman of Ocado supermarkets.

I complici italiani furono il ministro del Tesoro Piero Barucci, l’allora direttore di Bankitalia Lamberto Dini e l’allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi. Altre responsabilità vanno all’allora capo del governo Giuliano Amato e al Direttore Generale del Tesoro . Alcune autorità italiane (come Dini) fecero il doppio gioco: denunciavano i pericoli ma in segreto appoggiavano gli speculatori. Gli attacchi all’economia italiana andarono avanti per tutti gli anni Novanta,  fino a quando il sistema economico- finanziario italiano non cadde sotto il completo controllo dell’elite.

Nel gennaio del 1996, nel rapporto semestrale sulla politica informativa e della sicurezza, il Presidente del Consiglio Lamberto Dini disse:

I mercati valutari e le borse delle principali piazze mondiali continuano a registrare correnti speculative ai danni della nostra moneta, originate, specie in passaggi delicati della vita politico-istituzionale, dalla diffusione incontrollata di notizie infondate riguardanti la compagine governativa e da anticipazioni di dati oggetto delle periodiche comunicazioni sui prezzi al consumo … è possibile attendersi la reiterazione di manovre speculative fraudolente, considerato il persistere di una fase congiunturale interna e le scadenze dell’unificazione monetaria [2]

Dopo quindici anni dalla privatizzazione della Telecom, il bilancio è disastroso sotto tutti i punti di vista: Il titolo Telecom in Borsa è passato da una capitalizzazione di 120 miliardi di euro a 10. L’indebitamento è salito da 8 a un massimo di 45 miliardi nel 2005 (oggi è ridisceso intorno ai 27 ma a caro prezzo) i dipendenti sono passati da 120 mila a 50 mila.

La privatizzazione della Telecom avvenne nell’ottobre del 1997. Fu venduta a 11,82 miliardi di euro, ma alla fine si incassarono soltanto 7,5 miliardi. La società fu rilevata da un gruppo di imprenditori e banche in cui il maggior azionista era la Fiat dall’alto del suo risibile 0,6%, il c.d. nocciolino duro.

Al Ministero del Tesoro rimase una quota del 3,5%. 

Il piano per il controllo di Telecom aveva la regia nascosta della Merril Lynch, del Gruppo Bancario americano Donaldson Lufkin & Jenrette e della Chase Manhattan BankAlla fine del 1998, il titolo aveva perso il 20% (4,33 euro). Le banche dell’élite, la Chase Manhattan e la Lehman Brothers,  si fecero avanti per attuare un’opa.

Attraverso Colaninno, che ricevette finanziamenti dalla Chase Manhattan, l’Olivetti diventò proprietaria di Telecom Italia. L’Olivetti era controllata dalla Bell, una società con sede a Lussemburgo, a sua volta controllata dalla Hopa di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno.

Il titolo, che durante l’opa era stato fatto salire a 20 euro, nel giro un anno si dimezzò. Dopo pochi anni finirà sotto i tre euro.  i titoli azionari hanno fatto perdere molto denaro ai risparmiatori, i costi per gli utenti sono aumentati e la società è in perdita.

 Nel 2001 la Telecom si trovava in gravi difficoltà, le azioni continuavano a scendere. La Bell di Gnutti e la Unipol di Consorte decisero di vendere a Tronchetti Provera buona parte loro quota azionaria in Olivetti. Il presidente di Pirelli, finanziato dalla J. P. Morgan, ottenne il controllo su Telecom, attraverso la finanziaria Olimpia, creata con la famiglia Benetton (sostenuta da Banca Intesa e Unicredit).

I piccoli azionisti assistettero impotenti allo spolpamento ed alla (s)vendita di tanti assets preziosi della Telecom:  Operazioni come la vendita della Seat o la dismissione di un patrimonio di 4 mila immobili in zone di pregio, con uffici venduti a 500 euro al metro quadrato a 400 metri da via Veneto a Roma, sono emblematiche.

Tornando alle recenti vicende, per decsriverle, si possono prendere in prestito le parole di Giuseppe Oddo nella Prefazione di  GOODBYE TELECOM di Maurizio Matteo Dècina (Vice Presidente “AS.A.T.I. – Associazione Azionisti Telecom Italia):

“LaGOODBYE-Telecom-sito scalata da parte di TELEFÓNICA sancisce l’inesorabile sconfitta di un intero paese. Il piano dell’operatore spagnolo prevede uno «spezzatino» che porterebbe al crollo delle azioni in Borsa e a una successiva Opa ostile da parte di investitori esteri.”


 

Mettere un’azienda importante come quella telefonica in mani private e/o, peggio ancora straniere, significa anche far correre grossi rischi alla privacy dei cittadini, togliere alle Agenzie di intelligence governative uno strumento potente per la difesa militare e degli interessi stategici nazionali e sottrarre alla Nazione un asset incredibilmente importante per lo sviluppo del know how digitale e quindi di quello che già rappresenta il settore di punta delle moderne economie occidentali; E’ un atto di scelleratezza e stolidità politica inqualificabile: significa ammazzare il futuro tecnologico dell’Italia e di tutto il suo indotto di aziende e talenti high tech.
I registi e gli artefici italici di questo disastro dovranno un giorno risponderne davanti alla Nazione Italica… sempre che Essa, di questo passo,  rimanga così com’è sulla cartina geografica e non divisa in tanti staterelli interdipendenti, costituiti di vassalli,valvassori e valvassini al servizio di Potenze e Corporations straniere.

[1] La Repubblica , 11 agosto 1992.
[2] Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica , Rivista N. 4 gennaio-aprile 1996.

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